I’N'LUSION

dicembre 14th, 2009 § 0

Woa!

Finalfire è sottoposto a durissimi interventi psicologici dalla sua realtà incredibilmente rompi palle. E come al solito si destreggia tra mille peripezie e quando arriva al capezzale, stanco e con i piedi gonfi, cerca un po’ di pace, un po’ di amore, e come al solito non trova nulla; nulla di nulla, tranne una freccia che indica in un’altra direzione.

Una direzione che non è la sua.

La mia giacca e il mio taschino

dicembre 13th, 2009 § 2

Zan zan!

Prendo in prestito le parole della cara vecchia Valentina e inizio un post che non so neanche dove finirà. Boh, mi va di scrivere stasera. Il tempo è un inferno qui e io me ne sto rintanato al calduccio vicino al pc a leggere, a guardare stupidi pinguini e ad ascoltare musica incomprensibile ma che mi fa star bene o, almeno, mi fa pensare ad altro, a tutto quello che vorrei pensare e che non riesco mai a raggiungere con la mente.

Tempo d’esami questo. E mi ricordo quando qualcuno mi diceva che questo esame l’avremmo fatto insieme, che mi avrebbe aiutato e che mi avrebbe bacchettato se solo mi fossi azzardato a sbagliare (e si sa, non son molto intelligente). E mi ricordo di tante e tante promesse.

Promesse. Mah, non servono. Sono inutili, fuorvianti. Le promesse non sono altro che pillole di zucchero miste ad amarezza, incentivi per prolungar un sentimento o un rapporto, miscugli di bugie e verità che non fanno altro che nasconderci da quello che non vogliamo sapere, che non fanno altro che sbatterci dentro quello che già sappiamo. Le promesse sono belle, sì. Sono bellissime. Ti fanno felice, specialmente se le ricevi il giorno del tuo compleanno. Ti fanno felice perché ti fermi lì, fai gli occhioni lucidi, ci credi davvero; le prendi in mano, le scarti e le fai tue. In quel momento, in quel fottuto momento ti riproponi di non abbandonar mai quelle promesse, di portarle sempre con te, perché ti fidi di chi te le ha fatte e allora le tieni sempre nel taschino della giacca, lì, dove giace la polvere di fiori morti.

Vivo per far fede alle promesse che i ricordi mi hanno spinto a fare. Sì, sto cazzo. Ero giovane ed inesperto quando verbiavo di passione e speranza. E ora sono ancora qui, sempre giovane ed inesperto, ma senza una marcia in più. Son sempre qui, a stringere i denti, sempre contro tutto e tutti e il mio vecchio amico destino sembra essersi sempre di più affezionato a me, tanto da non lasciarmi mai! Eppure, ne sono sicuro, un giorno dovrà lasciarmi: o morirò io, o morirà lui. E se nessuno dovesse morire, allora farò morire lui. Questo è sicuro.

Promesse. Tante promesse, tante. Mischiate con sentimenti, trite con emozioni. Semplici promesse, grandi parole, di tutto. Tutte in quel grande libro delle promesse.
E da quel libro, proprio da quel libro, in quella rilegatura in pelle vecchio stile, in quei moderni papiri, traccio una stella, una lettera e strappo via due o tre pagine. Il necessario, i contenitori delle tue promesse e con loro strappo via ricordi, emozioni, parole.

E il libro si richiude, in attesa di essere riaperto, in attesa di essere macchiato dall’inchiostro di nuove promesse, di nuove speranze, di nuove emozioni, che presto morirano, diventando polvere da taschino.

Dilaniami e fammi morire

dicembre 10th, 2009 § 0

Non ho bisogno altro adesso; bisogno solo di sparire e morire, resuscitare a discapito di tutto e tutti.

Vedo quella brocca vuota, dove non entra più acqua. Provo a metterne, ma non va, non entra, la vita della terra si rifiuta di dimorare quel pezzo di vetro e così sta fuori al vento, ad aspettare di morire.

Un mio gattino ora è in una capannina, qui vicino, con una gamba spezzata. Un guidatore della domenica, un fottuto pezzo di merda, un ragazzino pieno d’adrenalina: qualcuno l’ha calpestato con quei cosi della scoperta e ora sta lì, a tremare. Mi fermo davanti a lui e lo ammiro. Lo accarezzo e con la testolina pian piano si china verso la mia esile mano e inizia a leccarmela. Soffre, soffre tanto. Vorrei soffire io a posto suo, sul serio; non se lo merita, poverino. Non ha fatto nulla di male, se non vivere la sua vita giorno per giorno, giocando con altri gattini, mangiando e bevendo dalle solite tazze. E ora è lì, poverino, che aspetta di morire. Credo sarebbe meglio se morisse, soffre tanto, veramente tanto. Mi dispiace, ma più che sostar al suo capezzale portandogli del cibo e del latte, non posso fare. Non è nelle mie capacità, un qualche dio è stato ingiusto e non ha voluto donarmi il potere di poter aiutare quel gattino. Eppure non mi arrendo, continuo, fin quando posso.

Oggi ho fatto un esame. Uhm, semplice e difficile allo stesso tempo. Ma non era questo che volevo dire.
Volevo dire che quando ero lì, a scrivere parole su parole, a completar riquadri, ad annerire caselle, pensavo e ripensavo: pensavo a cosa farò da grande, e grande lo son già; pensavo a cosa farò domani, ed è già domani; pensavo a cosa potrebbe riservarmi la vita e, dimenticavo, non c’è nulla di riservato qui, per me. E non venite ad espletare parole tipo “commiserazione” e bla bla bla, risparmiatevele per voi stessi, non ho bisogno delle vostre retoriche psicologie inverse, usatele sui vostri figli e riuscirete a farli diventare medici invece che eroinomani.

Mi manca la vita di qualche anno fa. No pensieri, no tracce, no emozioni. Pura semplicità, tutto qua. Semplicità. Ecco la parola chiave, semplicità. Mi mancano quei tempi che pensavo non mi mancassero più. Ora si va avanti e i muri nei quali son rinchiuso si fanno sentire sempre di più, e mi sento sempre più stretto in questa terribile morsa.

Questo blog ha fatto i suoi anni. Non lo chiuderò mai, ho giurato. Ma non scrivo più come una volta. E, in verità, credo che nessuno mi legga più come una volta. Perché magari avete capito chi sono, perché magari mi avete perso per strada.

Perché magari non ci sono più.

Con dolore e sofferenza, vinciamo

dicembre 9th, 2009 § 0

Non c’è nulla di completamente mio a questo mondo, e credo non ci sarà mai nulla.

Staremo a vedere, in realtà, ma credo di conoscere già la realtà.
Oggi ho parlato con una persona che non sentivo da un anno circa e sta male, a quanto ho capito. Spero ritorni a stare bene, spero ritorni io un giorno a star bene.

Non so, non so davvero. Non ho nulla di cui lamentarmi, per carità. Assolutamente nulla. Eppure, i colori mi sfuggono, e sconfinati prati grigi mi riempiono il mondo di malinconia e tristezza.

Quest’anno mi sono comportato male, veramente male. Non rinnego nessuna scelta, nessuno. Ma mi merito tutte le punizioni di questo mondo, semplicemente perché so fronteggiarle. E come ogni volta, vinciamo. Con dolore e sofferenza, vinciamo.

Anzi, no. Vinco.

La mia vita

novembre 19th, 2009 § 6

Aah, questo blog non ascolta parole del genere da tanto, tanto tempo.

Ciao a tutti. Mi chiamo Francesco, ho 20 anni e studio informatica. Sono un ragazzo timido, introverso, divertente e triste. Perennemente triste. Non so perché sono triste, o magari lo so e non voglio ammetterlo. O magari lo sono e mi piace esserlo, chi lo sa. Comunque, mi presento. Sono il fondatore, il padre, lo scrittore di questo blog: sono colui che vomita le parole dalle dita, come qualcuno diceva nel mio passato.

Il passato, che brutto. Voglio far un po’ di chiarezza in questi due ultimi anni, e faccio questa chiarezza non nella mia mente, dove so che non sarebbe ascoltata, sopratutto da me stesso. Voglo fare chiarezza in questo blog, in queste pagine, perché da molto tempo a questo parte queste mere pagine digitali mi hanno dato conforto, e mi hanno offerto una casa quando non ne avevo una, mi hanno offerto una dimora dove essere me stesso, dove essere chi voglio essere, dove essere colui che non deve tenersi qualcosa dentro per la paura di apparire diverso o di non piacere a gli altri, o ad una sola persona. Uso queste pagine, oggi, per stilare una classifica delle cose migliori e delle cose peggiori di questi ultimi due anni. La mia classifica, però, non è una classifica come tante altre. E’ una classifica stilata con il sottofondo musicale di un pianoforte: a volte Debussy, a volte Einaudi, a volte un pianista sconosciuto che muore e rinasce ogni volta che lo ascolto.

E’ un anno intero, oramai, che sono uno studente universitario. La mia vita universitaria procede bene: non sarò un geniaccio, ma non mi interessa, quello che mi piace lo faccio, lo studio e lo spiego nel migliore dei modi. Forse sono sbruffone, egocentrico, un “pallone gonfiato”, ma non credo di aver mai dato l’impressione di esserlo e anche se lo avessi fatto, conosco i miei limiti; non sono mai andato fuori strada, sapendo che quella strada non era alla mia portata, in quel momento, e sono rimasto lì, fermo, ad ascoltare i battiti del presente e capire come il futuro possa convergere e come converga, a distanza di pochi secondi. Passo le mie giornate tra corsi, algoritmi, amici, coinquilini e musica. Parto il lunedì, ritorno il venerdì e così via, in una solita mera routine settimanale, che cambia soltanto nelle sessioni d’esame, quando qualcuno è lì di fronte a te a domandarti di tutto e tu rispondi, magari anche con fatica, e quello resta così, basito, e non sa che dire. E neanche te sai che dire, quando comprendi che molto di quello che hai detto non l’hai detto, ma l’hai semplicemente pensato, e resti lì, fuori, che ancora devi entrare, ad aspettare il tuo turno.

In questo anno ne son successe di cotte, di crude, di marcie, di mature, e di qualunque altra cosa voi vogliate immaginar. Ho perso un’estate, non mi sono goduto il mare che volevo, un po’ per lo studio, un po’ per malanni, un po’ per problemi, un po’ per cazzate assurde. Questo è stato l’anno dei litigi: ho litigato con Claudia, ho litigato con una ex-ragazza, ho litigato con Federica, ho litigato con altre persone. Ho litigato e litigato, anche quando non c’era bisogno, semplicemente per far capire che tutto quello di cui avevo bisogno non era litigare, ma stare con chi di dovere, stringer la mano a chi di dovere, piangere sulla spalla di chi di dovere.

C’è una cosa che mi porto dietro da anni, oramai. Un giorno una persona si mise a piangere per me, davanti a me; quel giorno, il mio cuore sparì. Quel cuore smise di esistere, perché per la prima volta nella mia vita avevo infranto l’unica promessa che mi son fatto da quando ho iniziato a provare sentimenti: non far piangere una persona per colpa mia. Quel giorno mi resi conto che il mondo non era diverso, che la gente non era diversa: ero io ad essere diverso. E se ho sempre marciato sulla mia diversità, sul fatto che magari pensavo ad altro, che avevo un carattere diverso, che non ero come “tanti”, quel giorno la mia diversità smise di esistere e tutto finì, in un millesimo di secondo, in un cumulo di polvere di stelle.

Da piccolo, ricordo, che la mia diversità consisteva nel balbettare. Sì, all’età di 10 anni iniziai a balbettare: non era una balbuzie al suo stato normale, ma era un lieve accenno; non riuscivo a pronunciare alcune parole poiché sentivo la mia gola spegnersi e l’aria fermarsi sotto, come se ci fosse un tappo. Negli anni a seguire, poi, migliorai e tutt’oggi ho qualche accenno di balbuzie sparsa un po’ ovunque ma quasi sempre impercettibile.

Da piccolo, ricordo, che non avevo tanti amici o meglio, ne avevo ma li vedevo solo a scuola, tranne per alcuni con cui ho passato l’infanzia. Ora ho un sacco di amici, un sacco, davvero! Mi meraviglio anch’io, eh, ma ho conosciuto così tante persone nel corso di questo mio viaggio che solo Iddio sa se mi siano tutti amici o meno. Sì, amici… Diciamolo tutti in coro. Non mi lamento, non mi sono mai lamentato. Ho una persona fidata, ho una persona che mi ama per quello che sono, che mi conosce, che mi vuole bene, che non mi ha mai visto piangere perché non voglio piangere davanti a lei, che non si merita di vedermi piangere, per quanto mi ama. Ho questa persona e questa me la tengo ben stretta, non la dimenticherò mai e ci sarò sempre per lei, sempre.
Ho conosciuto molte altre persone che veramente si sono rivelate straordinarie. Un semplice esempio è un mio coinquilino, che è davvero una grandissima persona e spero per lui tutto il bene a questo mondo.

E tra tutti i sentimenti che ho provato e che provo in questo mio viaggio, l’amore è quello che mi ha fatto fare le migliori e le peggiori cose nella mia vita. L’amore è quella cosa che muove il mondo, non smetterò mai di crederci, anche se l’amore mi sta pugnalando, ora, mi sta uccidendo come non mai. E non posso prendermela con il sentimento stesso, perché è colpa mia se l’amore mi porta a compiere determinati gesti, determinate azioni, sconclusionate e stupide; è colpa mia perché sono innamorato. L’amore è una colpa, l’amore è una colpa che non ti puoi scrollare di dosso, di cui non ti puoi scusare. L’amore, l’amore, l’amore… Ma poi, boh, non so neanche se sia amore, non so neanche che cosa cazzo sia l’amore. Ma sento una colpa che mi grava addosso e ciò non può significare altro che una cosa: l’amore.

La mia vita è un putiferio, la mia vita è un circolo vizioso che non si può cambiare. Non esiste scienza, non esiste religione, non esiste spiegazione alcuna a tutto questo. La mia vita è un putiferio, e tale resterà, non c’è salvezza, non c’è combattimento che regga.

La mia vita è un putiferio, ma voglio viverla. Le situazioni che vivo, le azioni che compio, le persone che incontro, quelle che amo, quelle con cui vorrei passare il resto del mio tempo. Tutto questo non cambia, perché è la mia vita. E tutto questo non cambierà mai, perché la mia vita non cambierà, perché è semplicemente una vita, una piccola grande vita, una straordinaria e malefica vita.

Non so dove arriverò, non so se riesco a sopportare ancora tutto questo, non so se riesco a sopportare il non parlare, il non pensare, il non volere. Non so se riesco a sopportare ancora una volta la mia mania di distruzione. Non so se capirai quello che dico, non so se capirete quello che dico. Tu, voi. Soprattutto tu. Non so quale sia la mia vita, ma continuerò a viverla, senza respiro.

Francesco 2 – 0 Morte

novembre 14th, 2009 § 1

E anche oggi ho evitato la morte!

Sto diventando un highlander. Un giorno mi ritroverete nel sacchetto delle patatine.

Il principe e il suo sogno

novembre 8th, 2009 § 0

Mi sembra una storia già vista.

E questa storia finisce con il principe che muore. E stavolta, il principe, non vuole morire.
Il principe ha capito che quella strada non può farla, né con il cavallo, né a piedi, né con qualunque mezzo reale o immaginario. Quella strada non è per lui. Ma non per qualcosa, eh. Quella strada è accessibile a tutti, anche a lui, ma non è per lui, perché non la può percorrere. Non può percorrerla perché sa come va a finire il lancio di quei dadi e un bel punto su entrambe le facce uscirà e darà il ben servitò al principe. Stavolta non la si percorre perché quello che si trova alla fine magari neanche esiste o esiste soltanto nel tragitto. Effetto placebo, solo che qui non si tratta di una terapia, ma dalla felicità che deriva dal percorso che si deve fare, che non cura nulla e mai curerà qualcosa.

In effetti, questa volta il principe sa come andrà a finire ma non ha voglia di accettarlo o non ha voglia di capirlo affondo. In ogni caso, il principe andrà a fondo e affonderà con il suo ideale, un’altra volta, come ogni volta.

State a vedere.

Credo di esser stanco anche senza aver fatto un cazzo

novembre 8th, 2009 § 0

Buh.

‘ste giornate nuvolose mi fan sempre fermare alla finestra in attesa di un lampo che mi squarci la mente e mi faccia fare qualcos altro, invece di farmi aspettare alla finestra in attesa di un lampo che mi squarci la mente. Boh, ho bisogno di chiamare il mio me stesso e di metterlo in riga. Sono stanco e stamane mi son anche svegliato con il mal di testa. Cioè, non so.

Ho tante, tante cose da fare. Pochissime in verità, ma son tante. E devo muovermi, altrimenti resto indietro. E sono già indietro da tempo. Buh, fermiamoci qui, io mi fermo qui, almeno per un po’. Voglio e devo riposarmi, altrimenti non arrivo da nessuna parte.

Alla prossima.

La realtà è un dolce che non mi piace

novembre 4th, 2009 § 0

Razionalità di la e di qua, seh.

Io sono sempre stato razionale, eh. Io sono quello che la razionalità la porta ogni mattina a prendersi un caffé, la porta in spiaggia, se la scopa e poi mangia felice a casa dei suoi. Sono quello che ci va a nozze, ecco.

Eppure, dio santissimo (ops, ho imprecato, dai, punitemi), come cazzo si fa a non capire che tutto quello che vorrei, per una volta, non è la razionalità ma semplicemente un’improvvisata, una sopresa, una magia, un sorriso dal mondo dedicato sempre e solo a me.

No, niente di tutto questo. Per carità, non mi lamento che non “ricevo” nulla, mi lamento che dopo tanto, tanto, tanto, si ha sempre bisogno di me, ma ogni volta non si capisce che quello di cui ho bisogno io non è quello che vivo, ma quello che sogno. E sì, i sogni mandiamoli pure a puttane, tanto c’è la razionalità! Maledetto me che la istigo, la razionalità.

Avrei bisogno di un filo d’aria, da respirare, con cui riempirmi i polmoni e buttarmi dal tetto di quel palazzo alto ventiquattro chilometri e aspettare che qualcuno mi raccolga, laggiù. E si scende, si scende, si precipita. L’aria si fa pesante, morire è ancora più sgradevole quanto bisogna sfondare un muro invisibile. Il mondo si ferma e tutti ti guardano cadere, come un angelo cui le ali son state strappate per farci la frittata con le cipolle. Il palazzo si piega verso di te, perché non può perdersi il tuo spiaccicarti al suolo.

Perché si sa, non ci sarà nessuno a prenderti lì sotto, e a nessuno mai verrebbe in mente di farti una sopresa e presentarsi lì sotto, dicendoti qualcosa del tipo “Sopresa! Ci sono io per te!“.

Ma baff

ottobre 26th, 2009 § 3

Questa settimana inizia nel migliore dei modi…

… con la mia prima multa sul treno. E spero pure ultima, eh. Che poi, cavolo, trovatemela voi una obliteratrice funzionante in stazione, al massimo pago voi e non queste ferrovie dello stato del cazzo.

Cheers.

Thanks

ottobre 18th, 2009 § 0

Ho sentito che la prima stesura di qualunque cosa va buttata giù con il cuore. Il cuore, pff. Trovatemelo un cuore dentro di me, e allora vi butto migliaia di stesure col cuore, prima delle revisioni grammaticali, lessicali e semantiche.

Trovatemelo un cuore perché voglio vedere com’è fatto, un qualcosa del genere. A parte le solite valvole e pulsazioni varie, voglio vedere l’allegoria trasullarsi nell’aria e darmi quella sensazione di dolcezza e passione che soltanto milioni di sentimenti buttati al seguito di quell’organo, possono destare in ognuno di noi.

Ieri sera erano le 3.30, circa, che mi eclissavo nel mio letto cercando di farmi prendere da Morfeo per portarmi in giro in paesi lontani. Mi addormentavo, così, sorridente. Sul serio, non scherzo. Sorridevo. Non so perché, sinceramente, eh. Oppure lo so ma son così impacciato, timido e pauroso di non ammetterlo, perché magari poi non sorrido più o sorridono tutti tranne me. Eppure pensavo a questo, a quello, e sorridevo. Sorridevo tra la pioggia che tichettava sui vetri della mia finestra, tra i fulmini che squarciavano il cielo e il silenzio, tra le foglie che si muovevano a ritmo di una ventosa melodia fatta di rumori e silenzi. Sorridevo e ringraziavo.

Sì, ringraziavo. Che cazzo, io ringrazio sempre; le persone che mi aiutano o che mi danno consigli o che fanno questo o quello, le ringrazio sempre. Ho sempre avuto la mania di ringraziare, ma non ringraziando tutti: ringrazio sempre chi non vuol mai essere ringraziato. Ringrazio perché alla fine, da qualche parte, c’è stato un accenno di aiuto o di qualcos altro e quindi, perché non ringraziare? Cioè, non ringraziare sarebbe da orgogliosi, da fiQi, da idioti, ecco. Non ringraziare sarebbe come dire a chi ti ha aiutato “ok, fammi un pompino e puoi andare via” (indipendentemente dal sesso, usato in modo dispregiativo) o roba del genere. Eppure boh, ieri sera ringraziavo. E il bello, sapete, che non so neanche chi cazzo stavo ringraziando!

Ringrazio perché c’era quella patina di calore che tanto basta. Ringrazio perché c’era il cielo che tra fulmini e saette trovava un po’ di tempo per me. Ringrazio perché se sorridevo sarà sicuramente grazie a chi ringrazio, se solo sapessi chi io stia ringraziando. Ringrazio perché trovo che l’unico modo che ho ora per salire lì sopra e gridare, è ringraziare, appunto.

Boh, ringrazio perché c’è chi se lo merita. E se qualcuno si merita un ringraziamento, io ringrazio. E continuo a farlo. Sempre.

Ecco, ora mi arriva una pallottola nella tempia

agosto 23rd, 2009 § 2

Oh porc!

C’era ieri che giravo scrutando l’aria prima di suonar e un mucchio di gente mi passa da sotto gli occhi, mi sposto un po’ e l’aria mi viene a mancare perché la feccia la ruba. Oh per carità, non mettetemi al rogo solo perché ho usato la parola “feccia”, tanto è semplice il ricordare che tutti identificano tutti come feccia, ma non si dice perché è brutto e la mammina poi sculaccia tutti; io lo dico e ne porto la voce, al massimo mi sculaccia qualcuno e alla fine se ne esce con il solito “hai ragione”. Era naturale!

La mia feccia son tutte queste persone che girano e rigirano. Non tutti meritano l’appellativo “feccia”, perché di gente in gamba ne esiste e in quest’ultimo anno ne ho conosciuto parecchi, ma parecchi: così tanti che li imbalsamerei e li collezionerei, se avessi manie di onnipotenza. Dicevo che non tutti meritano l’appellativo “feccia”, sì, ma troppe persone lo meritano. E non per qualcosa di grave o di buono, eh. Anch’io, a seconda di qualcuno, potrei esser “feccia”. E me ne rendo conto, accettandolo. Lo accetto perché non ho mai fatto nulla per cambiare il mio “status” e, lo sappiamo entrambi, neanche tu hai fatto qualcosa per cambiare e non lo farai male.

Dove sono?

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