Non voglio far parte di questo circo

febbraio 12th, 2010 § 0

E’ da tanto che non scrivo.

Mi farò cullare dalla musica, per un po’, e con queste due righe voglio arrivar dove non sono mai arrivato. Voglio cercare di raggiunger il cielo, piangere un po’ e far piovere su questo mondo arido e senza cuore. No, non ho nulla contro il mondo, ho tutto contro il destino. Un destino beffardo, ammaliante e provocante, falso e arrogante, il mio. Di questi tempi non ho nessuna sicurezza, se non quella di non aver nessuna sicurezza. Non so neanche cosa pensare, sinceramente. Mi faccio guidare da queste note che zampillano qua e la in giro per le pozzanghere di questa pioggia di sentimenti che da mesi sconvolge la Calabria, l’Italia, il mio piccolo mondo. Mi farò guidare, qui, questa sera, in un mondo che non mi appartiene e che mai mi apparterrà, ma nel quale siam tutti felici di abitare, nel quale son tutti felici che io ci abiti; quando capirete che non è il mio mondo, eh? Quando lo capirete?

Le dita mi fan maluccio, troppo freddo in questi giorni, eppure scrivo, ancora qui, ancora con lo stesso malumore, o buonumore, dipende da che parte lo vediate: potete vederlo dalla parte felice, dalla parte ansiosa, dalla parte simpatica e sorridente, dalla parte che vi porge la mano e vi porta con se, tanto, si sa, siam tutti più felici se stiam insieme e bla bla bla, con tutti i rimasugli di zucchero che volete aggiunger; potete vederlo, invece, dalla parte triste, dalla parte senza coscienza, dalla parte senza empatia, e ben sapete che di empatia io ne ho avuta un sacco, eh.

“Ne ho avuta”. Sì, ne avevo. Ora la sto perdendo, pian piano. La perdo, perché non riesco più a sentire me stesso. Non riesco a sentire i miei pensieri, non riesco a sentire le mie emozioni; non è molto diverso da prima, eh, solo che alla fine quando provavo un’emozione, sapevo di averla provata. Ora, non sento un cazzo, un beneamato cazzo. Ho bisogno di sfogarmi, ho bisogno di poter mostrare una faccia non conosciuta, senza vedervi negli occhi una pietà immensa, una sensazione di misericordia che non voglio, che non mi appartiene, che non mi interessa. Non voglio più vivere nelle favole, queste non sono favole, sono fantasie deviate, percorsi che non portano da nessuna parte, sogni irrealizzabili, tempi sprecati ad inseguire chimere a destra e a manca.

Voglio semplicemente abbandonarmi, in questo frangente e in tutti i prossimi frangenti, voglio vivere una vita che mi dia qualcosa, voglio una frazione di questo mondo tutta per me, che posso toccare, che posso sognare, che posso portar a spasso, come un cagnolino che è semplicemente felice di vederti e stare insieme a te; e pensare che io non ho neanche un cane.

Voglio, voglio, voglio. Volere significa sperare, sperare significa volere; ma per favore, non rompetemi le palle. Sì, ve l’ho detto io, l’ho detto ad ogni singola persona che ho incontrato, perché c’ho sempre creduto, c’ho creduto tanto, veramente tanto. E al diavolo, non ci credo più. Ho perduto la mia empatia, non vi sento, non vi ascolto, non vi capisco.

Questo è solo un mezzo, questa è sola indifferenza, questo è solo un passaggio, un deja-vù di un mondo di transito, è uno stallo, è quel maledetto giocoliere e il suo monociclo che non fanno altro che saltellare nel mezzo della corda, senza andar avanti, senza andar indietro.

Non sono io, non voglio essere tutto questo, non voglio appartenere alla metà, non voglio esser fermo sulla soglia, senza poter uscire, senza poter entrare. Non voglio, non voglio. Dovrei sperare, come vi ho sempre detto, ma non ci riesco. Ho perso anche la speranza e lentamente perderò qualunque cosa.

Da ‘x’ a ‘y’ ci son due passi

gennaio 26th, 2010 § 2

Tutti i giorni.

Ogni giorno è sempre più duro, veramente duro. Veramente bestiale, veramente “non alla mia portata”. Veramente, l’unica cosa di vero qui è che ci si deve muovere, e anche velocemente.

Veramente, eh.

Questo blog significa ’speranza’

gennaio 22nd, 2010 § 1

Questo blog è nato per infondere speranza.

Questo blog è nato soprattutto per infondere speranza in me, che non c’ho mai creduto nella speranza. Però ho sempre creduto nei sogni, e nelle passioni. E da oggi, e da ieri, e da domani, voglio che tutto cambi. Non voglio nulla di vecchio, di inutile; non voglio nulla di nuovo, di utile: voglio solo sognare. Voglio che il mio pane quotidiano siano i sogni, siano le passioni, siano la volontà di far qualcosa. Al diavolo ogni altra cosa.

Voglio creare, voglio appassionarmi, voglio sognare di stare su una nuvola e di non patire né il freddo né il caldo; voglio mandare al diavolo gli esseri umani, voglio mandare al diavolo la fiducia che ripongo in loro, che ripongo in tutti voi, e averne solo per me stesso, per quel misero omino che è me medesimo. Voglio esser amico di tutti e di nessuno, voglio non esser qualcuno per nessuno. Voglio esser l’ombra delle foglie che cadono in settembre dagli alberi stanchi e strattonati dal vento.

Voglio prender per mano la vita e tirarla verso un’altra direzione, verso una direzione che scelgo io.

No mercy

gennaio 12th, 2010 § 1

Nessuna pietà.

Altre 23 ore e muoio dissanguato o di qualunque altra malattia inimmaginabile. ’sto 2010 non so che anno sarà, ma sarà che mi so già rotto di tutto e tutti. Oh my fuckin’ god.

E ora mi metto qui a scrivere, e punto un dito contro quelli che non hanno letteralmente “un cazzo da fare” nella vita. E sì, perché se qualcuno avesse qualcosa da fare, non darebbe la propria esistenza in dono all’arte di rompere i maroni o, come si dice da queste parti, i cugliuni altrui. Non avete un cazzo da fare, ammettetelo. E mi fate pietà quando vi lamentate, poi: “oh nooo, bla bla bla ble ble ble aww aww aww” (mi fa schifo anche sol riportare le lamentele che qualunque essere appartenente a questa categoria possa portar avanti) e state sempre lì, ad autocommiserarvi con le vostre lacrime da coccodrillo. Potete crepare, per me.

Sì. Smettetemi pure di leggere, ma sinceramente la parte del buono non mi si addice più. E son du palle letteralmente. Trovatevi un lavoro, un’occupazione, studiate, ingigantite la vostra cultura, masturbatevi, non so, fate qualcosa, ma non scassate le palle a me. Esseri inetti. Non mi credo migliore, assolutamente no. Ma se leggete di questa speranza qualche anno fra troverete che le identiche parole che dicevo allora son riportate qui, in ogni minima parte.

Perché dopo tanti anni ci si perde la mente a dare speranza a destra e a manca. Chi sono io, un dio? Ma fottetevi.

Cazzi e mazzi e vaffanculo

dicembre 20th, 2009 § 2

“Va sempre così”.

No, non va sempre così. Assolutamente no. Sono così arrabbiato che dovrei scrivere un libro di 8000 pagine, ma non ci riesco. Sono arrabbiato, arrabbiato dentro. E pure fuori. Sono arrabbiato perché alla fine son sempre il cattivo, anche quando non lo sono.

Ma dico, cazzo, non ho mai chiesto nulla, mai. Neanche una volta. Non si chiede nulla, in effetti, nulla. Ma dopo del tempo passato ad amare, a voler bene, semplicemente a condividere tempi brutti e belli, ti senti dire che fai tutte queste cose solo quando la situazione è allegra, scorre leggera e cazzi e mazzi.

Ehvabbeh, ma vaffanculo allora. Un vaffanculo generale a me stesso che idiota pensa prima a gli altri e non a se stesso. Ehvabbeh, e poi mi dicono che non sono cinico. Ok, magari avete ragione, ma situazioni come queste non fanno altro che spingermi ad esserlo.

I’N'LUSION

dicembre 14th, 2009 § 0

Woa!

Finalfire è sottoposto a durissimi interventi psicologici dalla sua realtà incredibilmente rompi palle. E come al solito si destreggia tra mille peripezie e quando arriva al capezzale, stanco e con i piedi gonfi, cerca un po’ di pace, un po’ di amore, e come al solito non trova nulla; nulla di nulla, tranne una freccia che indica in un’altra direzione.

Una direzione che non è la sua.

La mia giacca e il mio taschino

dicembre 13th, 2009 § 2

Zan zan!

Prendo in prestito le parole della cara vecchia Valentina e inizio un post che non so neanche dove finirà. Boh, mi va di scrivere stasera. Il tempo è un inferno qui e io me ne sto rintanato al calduccio vicino al pc a leggere, a guardare stupidi pinguini e ad ascoltare musica incomprensibile ma che mi fa star bene o, almeno, mi fa pensare ad altro, a tutto quello che vorrei pensare e che non riesco mai a raggiungere con la mente.

Tempo d’esami questo. E mi ricordo quando qualcuno mi diceva che questo esame l’avremmo fatto insieme, che mi avrebbe aiutato e che mi avrebbe bacchettato se solo mi fossi azzardato a sbagliare (e si sa, non son molto intelligente). E mi ricordo di tante e tante promesse.

Promesse. Mah, non servono. Sono inutili, fuorvianti. Le promesse non sono altro che pillole di zucchero miste ad amarezza, incentivi per prolungar un sentimento o un rapporto, miscugli di bugie e verità che non fanno altro che nasconderci da quello che non vogliamo sapere, che non fanno altro che sbatterci dentro quello che già sappiamo. Le promesse sono belle, sì. Sono bellissime. Ti fanno felice, specialmente se le ricevi il giorno del tuo compleanno. Ti fanno felice perché ti fermi lì, fai gli occhioni lucidi, ci credi davvero; le prendi in mano, le scarti e le fai tue. In quel momento, in quel fottuto momento ti riproponi di non abbandonar mai quelle promesse, di portarle sempre con te, perché ti fidi di chi te le ha fatte e allora le tieni sempre nel taschino della giacca, lì, dove giace la polvere di fiori morti.

Vivo per far fede alle promesse che i ricordi mi hanno spinto a fare. Sì, sto cazzo. Ero giovane ed inesperto quando verbiavo di passione e speranza. E ora sono ancora qui, sempre giovane ed inesperto, ma senza una marcia in più. Son sempre qui, a stringere i denti, sempre contro tutto e tutti e il mio vecchio amico destino sembra essersi sempre di più affezionato a me, tanto da non lasciarmi mai! Eppure, ne sono sicuro, un giorno dovrà lasciarmi: o morirò io, o morirà lui. E se nessuno dovesse morire, allora farò morire lui. Questo è sicuro.

Promesse. Tante promesse, tante. Mischiate con sentimenti, trite con emozioni. Semplici promesse, grandi parole, di tutto. Tutte in quel grande libro delle promesse.
E da quel libro, proprio da quel libro, in quella rilegatura in pelle vecchio stile, in quei moderni papiri, traccio una stella, una lettera e strappo via due o tre pagine. Il necessario, i contenitori delle tue promesse e con loro strappo via ricordi, emozioni, parole.

E il libro si richiude, in attesa di essere riaperto, in attesa di essere macchiato dall’inchiostro di nuove promesse, di nuove speranze, di nuove emozioni, che presto morirano, diventando polvere da taschino.

Dilaniami e fammi morire

dicembre 10th, 2009 § 0

Non ho bisogno altro adesso; bisogno solo di sparire e morire, resuscitare a discapito di tutto e tutti.

Vedo quella brocca vuota, dove non entra più acqua. Provo a metterne, ma non va, non entra, la vita della terra si rifiuta di dimorare quel pezzo di vetro e così sta fuori al vento, ad aspettare di morire.

Un mio gattino ora è in una capannina, qui vicino, con una gamba spezzata. Un guidatore della domenica, un fottuto pezzo di merda, un ragazzino pieno d’adrenalina: qualcuno l’ha calpestato con quei cosi della scoperta e ora sta lì, a tremare. Mi fermo davanti a lui e lo ammiro. Lo accarezzo e con la testolina pian piano si china verso la mia esile mano e inizia a leccarmela. Soffre, soffre tanto. Vorrei soffire io a posto suo, sul serio; non se lo merita, poverino. Non ha fatto nulla di male, se non vivere la sua vita giorno per giorno, giocando con altri gattini, mangiando e bevendo dalle solite tazze. E ora è lì, poverino, che aspetta di morire. Credo sarebbe meglio se morisse, soffre tanto, veramente tanto. Mi dispiace, ma più che sostar al suo capezzale portandogli del cibo e del latte, non posso fare. Non è nelle mie capacità, un qualche dio è stato ingiusto e non ha voluto donarmi il potere di poter aiutare quel gattino. Eppure non mi arrendo, continuo, fin quando posso.

Oggi ho fatto un esame. Uhm, semplice e difficile allo stesso tempo. Ma non era questo che volevo dire.
Volevo dire che quando ero lì, a scrivere parole su parole, a completar riquadri, ad annerire caselle, pensavo e ripensavo: pensavo a cosa farò da grande, e grande lo son già; pensavo a cosa farò domani, ed è già domani; pensavo a cosa potrebbe riservarmi la vita e, dimenticavo, non c’è nulla di riservato qui, per me. E non venite ad espletare parole tipo “commiserazione” e bla bla bla, risparmiatevele per voi stessi, non ho bisogno delle vostre retoriche psicologie inverse, usatele sui vostri figli e riuscirete a farli diventare medici invece che eroinomani.

Mi manca la vita di qualche anno fa. No pensieri, no tracce, no emozioni. Pura semplicità, tutto qua. Semplicità. Ecco la parola chiave, semplicità. Mi mancano quei tempi che pensavo non mi mancassero più. Ora si va avanti e i muri nei quali son rinchiuso si fanno sentire sempre di più, e mi sento sempre più stretto in questa terribile morsa.

Questo blog ha fatto i suoi anni. Non lo chiuderò mai, ho giurato. Ma non scrivo più come una volta. E, in verità, credo che nessuno mi legga più come una volta. Perché magari avete capito chi sono, perché magari mi avete perso per strada.

Perché magari non ci sono più.

Con dolore e sofferenza, vinciamo

dicembre 9th, 2009 § 0

Non c’è nulla di completamente mio a questo mondo, e credo non ci sarà mai nulla.

Staremo a vedere, in realtà, ma credo di conoscere già la realtà.
Oggi ho parlato con una persona che non sentivo da un anno circa e sta male, a quanto ho capito. Spero ritorni a stare bene, spero ritorni io un giorno a star bene.

Non so, non so davvero. Non ho nulla di cui lamentarmi, per carità. Assolutamente nulla. Eppure, i colori mi sfuggono, e sconfinati prati grigi mi riempiono il mondo di malinconia e tristezza.

Quest’anno mi sono comportato male, veramente male. Non rinnego nessuna scelta, nessuno. Ma mi merito tutte le punizioni di questo mondo, semplicemente perché so fronteggiarle. E come ogni volta, vinciamo. Con dolore e sofferenza, vinciamo.

Anzi, no. Vinco.

La mia vita

novembre 19th, 2009 § 6

Aah, questo blog non ascolta parole del genere da tanto, tanto tempo.

Ciao a tutti. Mi chiamo Francesco, ho 20 anni e studio informatica. Sono un ragazzo timido, introverso, divertente e triste. Perennemente triste. Non so perché sono triste, o magari lo so e non voglio ammetterlo. O magari lo sono e mi piace esserlo, chi lo sa. Comunque, mi presento. Sono il fondatore, il padre, lo scrittore di questo blog: sono colui che vomita le parole dalle dita, come qualcuno diceva nel mio passato.

Il passato, che brutto. Voglio far un po’ di chiarezza in questi due ultimi anni, e faccio questa chiarezza non nella mia mente, dove so che non sarebbe ascoltata, sopratutto da me stesso. Voglo fare chiarezza in questo blog, in queste pagine, perché da molto tempo a questo parte queste mere pagine digitali mi hanno dato conforto, e mi hanno offerto una casa quando non ne avevo una, mi hanno offerto una dimora dove essere me stesso, dove essere chi voglio essere, dove essere colui che non deve tenersi qualcosa dentro per la paura di apparire diverso o di non piacere a gli altri, o ad una sola persona. Uso queste pagine, oggi, per stilare una classifica delle cose migliori e delle cose peggiori di questi ultimi due anni. La mia classifica, però, non è una classifica come tante altre. E’ una classifica stilata con il sottofondo musicale di un pianoforte: a volte Debussy, a volte Einaudi, a volte un pianista sconosciuto che muore e rinasce ogni volta che lo ascolto.

E’ un anno intero, oramai, che sono uno studente universitario. La mia vita universitaria procede bene: non sarò un geniaccio, ma non mi interessa, quello che mi piace lo faccio, lo studio e lo spiego nel migliore dei modi. Forse sono sbruffone, egocentrico, un “pallone gonfiato”, ma non credo di aver mai dato l’impressione di esserlo e anche se lo avessi fatto, conosco i miei limiti; non sono mai andato fuori strada, sapendo che quella strada non era alla mia portata, in quel momento, e sono rimasto lì, fermo, ad ascoltare i battiti del presente e capire come il futuro possa convergere e come converga, a distanza di pochi secondi. Passo le mie giornate tra corsi, algoritmi, amici, coinquilini e musica. Parto il lunedì, ritorno il venerdì e così via, in una solita mera routine settimanale, che cambia soltanto nelle sessioni d’esame, quando qualcuno è lì di fronte a te a domandarti di tutto e tu rispondi, magari anche con fatica, e quello resta così, basito, e non sa che dire. E neanche te sai che dire, quando comprendi che molto di quello che hai detto non l’hai detto, ma l’hai semplicemente pensato, e resti lì, fuori, che ancora devi entrare, ad aspettare il tuo turno.

In questo anno ne son successe di cotte, di crude, di marcie, di mature, e di qualunque altra cosa voi vogliate immaginar. Ho perso un’estate, non mi sono goduto il mare che volevo, un po’ per lo studio, un po’ per malanni, un po’ per problemi, un po’ per cazzate assurde. Questo è stato l’anno dei litigi: ho litigato con Claudia, ho litigato con una ex-ragazza, ho litigato con Federica, ho litigato con altre persone. Ho litigato e litigato, anche quando non c’era bisogno, semplicemente per far capire che tutto quello di cui avevo bisogno non era litigare, ma stare con chi di dovere, stringer la mano a chi di dovere, piangere sulla spalla di chi di dovere.

C’è una cosa che mi porto dietro da anni, oramai. Un giorno una persona si mise a piangere per me, davanti a me; quel giorno, il mio cuore sparì. Quel cuore smise di esistere, perché per la prima volta nella mia vita avevo infranto l’unica promessa che mi son fatto da quando ho iniziato a provare sentimenti: non far piangere una persona per colpa mia. Quel giorno mi resi conto che il mondo non era diverso, che la gente non era diversa: ero io ad essere diverso. E se ho sempre marciato sulla mia diversità, sul fatto che magari pensavo ad altro, che avevo un carattere diverso, che non ero come “tanti”, quel giorno la mia diversità smise di esistere e tutto finì, in un millesimo di secondo, in un cumulo di polvere di stelle.

Da piccolo, ricordo, che la mia diversità consisteva nel balbettare. Sì, all’età di 10 anni iniziai a balbettare: non era una balbuzie al suo stato normale, ma era un lieve accenno; non riuscivo a pronunciare alcune parole poiché sentivo la mia gola spegnersi e l’aria fermarsi sotto, come se ci fosse un tappo. Negli anni a seguire, poi, migliorai e tutt’oggi ho qualche accenno di balbuzie sparsa un po’ ovunque ma quasi sempre impercettibile.

Da piccolo, ricordo, che non avevo tanti amici o meglio, ne avevo ma li vedevo solo a scuola, tranne per alcuni con cui ho passato l’infanzia. Ora ho un sacco di amici, un sacco, davvero! Mi meraviglio anch’io, eh, ma ho conosciuto così tante persone nel corso di questo mio viaggio che solo Iddio sa se mi siano tutti amici o meno. Sì, amici… Diciamolo tutti in coro. Non mi lamento, non mi sono mai lamentato. Ho una persona fidata, ho una persona che mi ama per quello che sono, che mi conosce, che mi vuole bene, che non mi ha mai visto piangere perché non voglio piangere davanti a lei, che non si merita di vedermi piangere, per quanto mi ama. Ho questa persona e questa me la tengo ben stretta, non la dimenticherò mai e ci sarò sempre per lei, sempre.
Ho conosciuto molte altre persone che veramente si sono rivelate straordinarie. Un semplice esempio è un mio coinquilino, che è davvero una grandissima persona e spero per lui tutto il bene a questo mondo.

E tra tutti i sentimenti che ho provato e che provo in questo mio viaggio, l’amore è quello che mi ha fatto fare le migliori e le peggiori cose nella mia vita. L’amore è quella cosa che muove il mondo, non smetterò mai di crederci, anche se l’amore mi sta pugnalando, ora, mi sta uccidendo come non mai. E non posso prendermela con il sentimento stesso, perché è colpa mia se l’amore mi porta a compiere determinati gesti, determinate azioni, sconclusionate e stupide; è colpa mia perché sono innamorato. L’amore è una colpa, l’amore è una colpa che non ti puoi scrollare di dosso, di cui non ti puoi scusare. L’amore, l’amore, l’amore… Ma poi, boh, non so neanche se sia amore, non so neanche che cosa cazzo sia l’amore. Ma sento una colpa che mi grava addosso e ciò non può significare altro che una cosa: l’amore.

La mia vita è un putiferio, la mia vita è un circolo vizioso che non si può cambiare. Non esiste scienza, non esiste religione, non esiste spiegazione alcuna a tutto questo. La mia vita è un putiferio, e tale resterà, non c’è salvezza, non c’è combattimento che regga.

La mia vita è un putiferio, ma voglio viverla. Le situazioni che vivo, le azioni che compio, le persone che incontro, quelle che amo, quelle con cui vorrei passare il resto del mio tempo. Tutto questo non cambia, perché è la mia vita. E tutto questo non cambierà mai, perché la mia vita non cambierà, perché è semplicemente una vita, una piccola grande vita, una straordinaria e malefica vita.

Non so dove arriverò, non so se riesco a sopportare ancora tutto questo, non so se riesco a sopportare il non parlare, il non pensare, il non volere. Non so se riesco a sopportare ancora una volta la mia mania di distruzione. Non so se capirai quello che dico, non so se capirete quello che dico. Tu, voi. Soprattutto tu. Non so quale sia la mia vita, ma continuerò a viverla, senza respiro.

Francesco 2 - 0 Morte

novembre 14th, 2009 § 1

E anche oggi ho evitato la morte!

Sto diventando un highlander. Un giorno mi ritroverete nel sacchetto delle patatine.

Il principe e il suo sogno

novembre 8th, 2009 § 0

Mi sembra una storia già vista.

E questa storia finisce con il principe che muore. E stavolta, il principe, non vuole morire.
Il principe ha capito che quella strada non può farla, né con il cavallo, né a piedi, né con qualunque mezzo reale o immaginario. Quella strada non è per lui. Ma non per qualcosa, eh. Quella strada è accessibile a tutti, anche a lui, ma non è per lui, perché non la può percorrere. Non può percorrerla perché sa come va a finire il lancio di quei dadi e un bel punto su entrambe le facce uscirà e darà il ben servitò al principe. Stavolta non la si percorre perché quello che si trova alla fine magari neanche esiste o esiste soltanto nel tragitto. Effetto placebo, solo che qui non si tratta di una terapia, ma dalla felicità che deriva dal percorso che si deve fare, che non cura nulla e mai curerà qualcosa.

In effetti, questa volta il principe sa come andrà a finire ma non ha voglia di accettarlo o non ha voglia di capirlo affondo. In ogni caso, il principe andrà a fondo e affonderà con il suo ideale, un’altra volta, come ogni volta.

State a vedere.

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