Sul combattere una guerra infinita

novembre 19th, 2011 § 0

Siam così immobili contro il destino che a volte sembra impossibile combatterlo.

Eppure preferisco pensare di potercela ancora fare: non riesco a concepire una resa così banale.

Sulla conformazione vibrante dell’anima

agosto 15th, 2011 § 1

Inizio a scrivere questo post nello stesso modo di tutti gli altri: senza sapere cosa ho intenzione di scrivere.

Come al solito ho sotto le mie orecchie qualche melodia troppo fine per essere ascoltata decentemente e troppo poco matura per appoggiarmi su di essa e sostenermi per almeno qualche altro lasso di tempo. Continuo a scrivere su questa tastiera oramai quasi rovinata, vuoi l’usura, vuoi averla usata come mezzo trasmissivo tra la mia mente e la rappresentazione digitale dei miei pensieri.

Ho riassaporato il gusto della carta da qualche tempo a questa parte: continui a riempire foglio di figure senza alcun senso, forme longilinee che trovan sempre una chiusura, come se qualcosa nella mia testa mi stesse convincendo che c’è sempre un punto di ritrovo, un punto di chiusura delle situazioni e delle emozioni, un infinito che tanto infinito non è, una combinazione di concetti che, potenzialmente, potrebbero creare l’infinito stesso. Non riesco ad accettare di esser in ballo ad un infinito formato da un finito numero di astrazioni concatenate. È pauroso trovarsi in mezzo al tutto, senza aver nulla su cui poggiarsi.

Ci facciamo spazio tra le cose, tra quei grattacieli altissimi che ti impediscono di osservare le nuvole e pensare che, magari, qualcosa di concreto in quelle forme riesci ad intravederlo anche tu. Radere al suolo questi mostri nella nostra testa significherebbe semplicemente farci osservare il terreno sul quale camminiamo: è più facile camminare guardando il cielo quando ci dimentichiamo, troppo spesso, che il Sole e le nuvole non hanno un posto unico nella nostra esistenza. Dovremmo fermarci e guardare un attimo in basso, analizzando il terreno che ci permette di sorreggerci.

Voglio guardare in basso e non soltanto in alto; voglio guardare in basso perché è quello il mio punto di partenza, voglio guardare in basso perché cadendo, so che potrò rialzarmi, ogni volta.

Dovrei esser un freelancer!

maggio 30th, 2011 § 2

E dato che dovrei esser un web developer & designer, mi so finalmente fatto il mio sito: FrancescoCauteruccio.info (naturalmente il link è qui semplicemente per articolarmi nelle posizioni devi vari motori di ricerca, eh).

francescocauteruccio.info

Sull’originalità dello sperare

maggio 19th, 2011 § 4

Credo che la speranza in questo mondo sia poco originale.

Credo che la speranza, in questo mondo, sia troppo poco originale per esser anche solo valutata come alternativa alla solita miscredenza generale nei sentimenti e nell’empatia umana. Sia ben chiaro, non sto puntando il dito su nessuno e soprattutto io non sono nessuno per consigliare cosa provare e cosa non; eppure, sulla speranza ci si affida ben poco, se non per nulla.

Lo sapete benissimo, mi conoscete, conoscete la mia vita, forse meglio di chi mi vede ogni giorno, forse meglio di chi pensa che guardarmi negli occhi sia sufficente per sapere cosa provo e non provo.
Sapete benissimo che io non considero la speranza come tale, per me non esiste: l’unica speranza che approvo è quella che si identifica nello sperare che la speranza esista, da qualche parte. E voi, semplicemente, mi direte che la mia è già speranza nel termine stretto. Io, più facilmente, vi dirò che la mia non è speranza ma voglia di sperare, voglia che ci sia qualcosa in cui sperare, voglia di trovare disperatamente qualcosa in cui sperare. Forse è paura, ecco.

Siamo esseri umani. Sono un essere umano. Abbiamo bisogno di aggrapparci a qualcosa per sopravvivere. Abbiamo bisogno di credere che ci sia qualcosa di più grande al di sopra, qualcosa che ci permetta di dare una spiegazione a tutto ciò. Abbiamo bisogno di dare la colpa al fato o al destino perché siam troppo preoccupati a protegger noi stessi, perché non è possibile che l’artefice del nostro destino e delle nostre catastrofi sia semplicemente il nostro “io”.

La nostra assoluta fede nei percorsi mentali apre le porte ad una concezione riduzionistica del mondo che porta direttamente a sviare il tutto su un piano astrale diverso dal nostro, su un livello di astrazione così superiore che abbiam bisogno di credere che sia veramente tale, per poter esseri appagati.

Io non so se tutto questo sia giusto, non so se i miei intricati pattern cerebrali possano un giorno portarmi ad una conclusione che soddisfi appieno i miei sensi o che mi faccia comprendere l’essenza di probabili mere illusioni. Io non so se tutto questo sia giusto ma adesso non ho il tempo per scoprirlo: devo trascorrere le mie ultime infinite ore a capire se ne vale davvero la pena.

Soli tra i sentimenti

maggio 12th, 2011 § 2

In questa solitaria notte torno a scrivere su Hope.

Dopo tanti giorni, dopo tanti mesi, dopo tanti eventi, dopo tanti tempi passati, le mie dita si fermono un po’ su questa tastiera ad accarezzare questi tasti ormai consumati dal tempo, dall’usura, dal lavoro. Dopo tante speranze vissute, dopo tante speranze raggiunte, dopo tante speranze viste fuggire, mi fermo per un attimo di questo tempo e chiudo la mente in quel piccolo spazio che è solo mio, in quel piccolo spazio che non è raggiungibile da nessuno e che prende forma soltanto tra queste parole perdute tra sentimenti ed emozioni.

Il problema di questi giorni è che non c’è nessuno problema e c’è qualunque tipo di problema a porsi tra il passo precedente e il passo successivo. E’ come essere in bilico tra il giorno e la notte, il mare e la terra, il bene e il male, la gioia e il dolore: è come essere in bilico su qualcosa che non esiste, è come essere in bilico tra due fazioni, è come essere in bilico tra l’essere in bilico e non esserlo.

Come al solito mi rifugio tra le note, conscio di esser ben accolto tra esse, di non crear problemi, di non crearmi problemi. Mi fermo lì ad osservare cosa mi sta attorno, ad osservare la mia vita precedente con occhi diversi, a mediare tra gli eventi per raggiungere la mia vita futura con gli stessi occhi di sempre, gli stessi occhi colmi di speranza che mi han accompagnato da quando son nato.

Nel cielo, quest’oggi, si osservavan bianche nuvole, apocopate dallo scintillio del sole, turbate da nere sorelle. Come la luce vien turbata dall’oscurità io vengo turbato da me stesso, carne della mia stessa carne, sangue del mio stesso sangue, anima della mia stessa anima.

Una medaglia senza nessuna faccia, spettatori impossibilitati a distinguerle, come io lo sono a riconoscermi.

Where fuckin’ are you?

gennaio 4th, 2011 § 4

Ah, che bella vita.

Ho maturato un profondo odio per tutte le ragazzette e i ragazzetti che su vari blog e social network del cazzo scrivono frasi come “The Birthday is only a broken condom’s anniversary” e cazzate del genere. Porco cane, che nervi, che rabbia, che… nulla.

Il 2011 è iniziato in malo modo, in un modo proprio brutto, è iniziato con l’apoteosi della depressione e della tristezza e dello star male e dello aver voglia di scomparire. Essì, che palle, non ce la fo più, credetemi. Non ce la fo veramente più! E non mi sto lamentando, oh no, non sto dicendo assolutamente nulla; alla mia condizione sfortunatamente (o fortunatamente?) ci sono abituato, ci ho condiviso un periodo della mia vita lungo tredici anni (a otto anni non mi reputavo così cosciente di quello che mi accadeva intorno, eppur già mi reputavo). Adesso però la vita è estenuante, straziante, soffrente, dolorosa. Essì, cari amici miei, il vostro scrittore preferito è veramente stanco, ma stanco stanco. Mille problemi, millemila problemi, millemilamilioni di problemi, uno sopra l’altro, uno al seguito dell’altro, uno a fianco l’altro, tredicimilacinquecentoquarantatre bilioni di problemi. Eddai, cazzo, non venite a dirmi “devi avere fede”, “tutto accade per un motivo”: tutto accade per sto cazzo, ecco. Sì, per l’apparato genitale che io e voi lettori maschili avete (e non se son molto sicuro).

Dai, basta favole, basta il “ce la faremo”, basta il “ne usciremo sani e salvi”. Che palle! Rredicimilacinquecentroquarantaquattro bilioni di “che palle!”.

È da un paio d’anni a questa parte che mi succede, sempre più spesso, di consolare le persone che dovrebbero consolarmi. Oibò, signori, ditemi, dov’è la mia consolazione? Non son degno forse di esser consolato? Dove sono tutti i predicatori di bene e di speranza, eh? Dove sono? Dove siete, adesso?

Saluti.

Di ironie, di sproloqui e di deliri

dicembre 19th, 2010 § 5

Che il vento arrivi e porti via qualunque cosa non abbia ancora incontrato il suo abbraccio.

Sia la luce il mio confortevole cammino, sia l’arco di quel violino il mio modo di suonare della vita, sia l’ancia di quell’oboe il mio modo di cantare dell’esistenza, sia la tua mano la mia strada, la mia stella, la mia casa.
Eccoci qui, di fronte all’immensità, consci di non aver mai fatto sbagli, consci di aver sbagliato ogni cosa.
Eccoci qui, ad osservare gli scritti dell’amore, la novità delle vecchie storie, l’anzianità delle nuove storie.
Eccoci qui, ad ammirare le fronde che cadono, la neve che scende, la terra che muore.
Eccoci qui ad accarezzare la pelle della nostra amata, eccoci qui a farci accarezzare dalle mani della nostra amata.

Siano le ombre il mio rifugio, il mio orgoglio. Sia l’amore la mia tautologia, sia la speranza la mia contraddizione, sia la consapevolezza la mia forza, sia l’illusione la mia debolezza. L’essenza non esiste, l’essenza non sussiste, l’essenza non è se la definizione di essere non coincide con l’oggetto stesso: l’essere non ha esistenza, l’essere non esiste, l’essenza non esiste.

Allora andiamo, miei cari, alziamoci e camminiamo per il nostro sentiero, apriamo la nostra mente e scaviamo una fossa, prepariamoci la nostra tomba, prepariamo la nostra cena e mangiamo tutti insieme, chiunque abbia avuto a che fare con se stesso deve esser qui con noi, a mangiare con noi. Andiamo, miei prodi, combattiamo l’indignazione, liberiamoci dalle catene dell’esistenza, alziamoci in volo e tocchiamo le nuvole, prendiamole con noi e portiamole a spasso, lasciamole pascolare come pecore ma senza nessun pastore a sorvegliarle.

Lasciamo questa terra e alziamoci in volo, scogliamo il Sole e facciamo di esso le nostre candele, accendiamole alla Luna e in suo onore lasciamoci cadere nel mare, e in suo onore disturbiamo il suo riflesso.

Dear Santa “Kris Kringle” Claus…

dicembre 17th, 2010 § 2

Caro Babbo Natale…

Quest’anno ti voglio scrivere una letterina piccina picciò, una di quelle letterine che si scrivono da piccoli e che si mettono sotto la porta e che le costellazioni portano a te scendendo pian pianino dal cielo stellato; come delle renne interspaziali, ecco.

Caro Babbo Natale, dicevo, quest anno ti scrivo questa letterina perché sono anni che non te la scrivo, tanti tanti anni. Uhm, aspetta… Ora che ci penso non ricordo se ti ho scritto una letterina da piccolo: sicuramente te ne ho scritta una perché è ancora lì, vicino l’angelo di pasta dorato, quello che facevamo alle elementari! Caro Santa, quest’anno vorrei un po’ di cose, posso azzardarmi a chiederle? Dai, concedimele, non ti scrivo da un sacco di tempo.

Quest’anno, mio caro, vorrei la pace nel mondo, la fine di tutte le guerre e del comunismo in Cina, la rinascita del nostro paese e cibo per tutti. Insomma, vorrei le solite cose. Se poi ti avanza spazio magari aiutami e regalami anche la fine del riscaldamento globale. Dai, queste cose non te l’avrà mai chieste nessuno, su!

Poi, per dire, vorrei un computer nuovo, una macchina fiammante con millemila litri di benzina, un pozzo di petrolio personale, una villa con vista sulla Torre Eiffel, una villa con vista su Ground Zero e una villa da qualunque altra parte, magari in un posto soleggiato.
Vorrei il sax nuovo che ancora non mi arriva, vorrei una porta d’oro puro tanto per incitare i ladri e una valigia leggerissima ma che contenga yottagrammi di roba.
Vorrei delle tette nuove per un paio di amiche, così gli guardo il decollétée e mi si allunga l’esistenza e forse non solo quella.
Vorrei un panorama nuovo fuori dalla mia finestra e magari qualche cinguettio di qualche uccellaccio, così quando mi sveglio ho qualcosa da scrivere su questo blog come qualche anno fa.
Vorrei che ri-arrestassero Assange, perché non è concepibile che un uomo faccia sesso con una donna consenziente e non usi il profilattico, cioè!
Vorrei che il mio panorama musicale si espandesse, così che finalmente mi esplodano le orecchie e non ascolto più niente e nessuno.
Vorrei che le mie mani si scongelassero da questo freddo invernale e vorrei che alcune persone si sciogliessero e smettessero di ricoprirsi il volto con del ghiaccio che non gli appartiene.
Vorrei che qualcuno avesse il coraggio di fermarmi e darmi un abbraccio, finalmente.
Vorrei che qualcuno mi dicesse una parola bella, una buona volta, non chiedo tanto babbo!

Inoltre, vorrei un po’ di pace ma non per il mondo, perché io della pace nel mondo non ne capisco nulla, figuriamoci se possa semplicemente pensare di chiedertela: vorrei un po’ di pace per me stesso, così che quando sono stanco mi posso fermare e posso dire “oh, echeccazzo, basta più!” invece di continuare a carponi e farmi male. Vorrei anche un po’ di speranza, perché senza speranza ‘sto blog non vive e io con lui. Vorrei, se possibile, un po’ di romanticismo nell’aria e vorrei che le persone si accorgessero del tempo che stanno perdendo. Vorrei un po’ di serenità, perché la serenità fa bene, ma non a me, alla mia famiglia e a chi mi sta accanto. Vorrei regalare un po’ d’empatia, perché io non ce la fo più a mantenerla, mi sono rotto! Vorrei un po’ di comprensione, non è colpa mia ma alla gente fa piacere se me l’addosso, così hanno la possibilità di sentirsi qualcuno confortandomi. Vorrei invece un po’ di emozioni perché non so, magari mi mancano, magari ne ho troppe e non le sento. Vorrei che qualcuno, per un giorno, si potesse prendere in prestito il mio nome, così da capire cosa si prova ad essere me. Vorrei un po’ di spirito natalizio perché a me non sembra Natale, ma solo natale.

Caro Santa, vorrei tutto questo ma siccome so già che non credo riceverò qualcosa da questa lista, ti faccio un’ultima richiesta, che puoi anche soddisfare da sola: caro Babbo Natale, regalami qualcosa.

Siano i cristalli di neve il mio tesoro

dicembre 17th, 2010 § 0

Anche questo natale sta per arrivare e io, ancora, non capisco se devo scrivere natale con la n maiuscola o meno.

Il problema è che ogni natale arriva quatto quatto, ti stravolge un po’ e se ne va, non lasciando tracce. Altro che fantasmi del natale precedente, qui non basta la cronologia per ricordare ogni evento natalizio.

Questo post deve essere filosofico e introspettivo, deve essere una panoramica completa della mia vita, del mio io, del mio essere ma, come ben sapete, non so che dire sul mio io, sul mio essere, sulla mia vita. In verità, però, ho qualcosa da dire e soprattutto da chiedere: perché?

Perché il vento arriva e mi sconvolge i capelli? Perché?
Perché quel burrone deve aprirsi ogni volta e portarmi giù, giù, giù fin quando vuole? Perché?
Perché la neve deve essere portatrice di freddo e di confusione? Perché?

Ricordo quel giorno, me lo ricordo nettamente, ho giurato che non avrei più fatto quello che ho fatto, ho giurato che avrei impedito che succedesse di nuovo. Il mio giuramento non è stato vano, non è andato perduto, non è stato frantumato.

Ma sei sempre lì, dietro quella porta a spiarmi dallo spioncino, a muovere lentamente la maniglia per insidiarmi nella testa il baco della curiosità, il tarlo del sospetto o qualunque cosa tu voglia fare.

Dimmi, perché?

Il tempo della conoscenza

novembre 30th, 2010 § 0

Questo è un inno alla cultura, questo è un inno a tutte le cose che sappiamo, a tutte le cose che non sappiamo ma che vorremmo sapere. Questo è un inno alla nostra forza, al nostro saper alzarci in piedi e combattere, al nostro saper abbassare la testa e farci bastonare. Questo è un inno a quelle cose che manipoliamo ogni giorno, alla pletora di eventi che la nostra cultura ci porta a vivere.

La cultura è un bene prezioso, la cultura non è una frase fatta come la precedente.
La cultura è la speranza di incontrare una persona, un giorno, e saperci parlare.
La cultura è quell’anima che ti ravviva le serate con una ragazza, con gli amici, con chiunque.
La cultura è quella specie di “sogno” che coltiviamo fin da piccoli.
La cultura è un arnese di scarso utilizzo ma di grandissimo potenziale.
La cultura è quella luce che, una volta vista, ti cambia la vista permanentemente.
La cultura la vedi quando ridi o piangi perché sai di dover ridere o piangere.
La cultura è la paura, è il terrore che qualcosa vada storto perché sai che quel qualcosa può andare storto.
La cultura è la felicità, la gioia nel vedere che la tua impronta è rimasta da qualche parte.
La cultura è il sapere e il non sapere.
La cultura è quel altissimo livello di astrazione che ti porta ad apprezzare e a ripugnare la tua terra.
La cultura è quel bassissimo livello di astrazione che devia la mente in altri continenti astrali, piuttosto che in un buco nero.
La cultura è una strada che non è mai interrotta o è chiusa, basta solo stare attenti ai lavori in corso.
La cultura è il sapersi esprimere cantando e ballando, la cultura è il sapersi esprimere ascoltando e osservando.
La cultura è il provare invidia per gli altri.
La cultura è il non sapere se si ha cultura o meno.
La cultura è un semplice pensiero che ti ruba uno o due minuti della tua vita.
La cultura è la chiusura del concetto di espressione.

Non sono mai stato un tipo pieno di cultura, non so neanche se sia vero. Non so esprimere questo concetto con parole semplici o con semantiche facili. Questo è semplicemente un mio tributo alla cultura, queste sono semplicemente parole vomitate da una serata passata in modo diverso, da un pensiero arrivato alla mia mente sotto diversa forma. Questa è la cultura, non so se sia tale.

Questo è il mio concetto di cultura. Questo potrebbe essere il nostro concetto di cultura.

Il mio vecchio abbeccedario

ottobre 12th, 2010 § 1

Stamane, mettendo ordine tra le mie cose, ho trovato un foglio.

Non era un foglio qualsiasi, di quelli bianchi e profumati che trovi in cartoleria, di quelli appena strappati dal solito album dedicati alle tue avventure immaginarie. Era un foglio con sopra molte linee, dei puntini cicciottelli con degli occhielli serigrafati e strani simboli tutti colorati di neri: era uno spartito, un vecchio spartito della mia infanzia pianistica.

E allora mi son deciso, son salito al piano di sopra e ho aperto la solita piccola porticina color legno contenete vecchi ricordi. Ho fatto spazio tra le cianfrusaglie, ho spostato questo lì e quell’altro la e sono arrivato al mio obiettivo: uno scatolone di cartone, molto largo e poco spesso, ammanettato da pezzi di scotch sopra e sotto. L’ho preso, sono tornato al presente e ho fatto un lungo respiro, rilasciandolo per far andar via l’odore di vecchiaia e di dimenticanza da quello scatolo.

Scese le scale, ho poggiato tutto per terra, mi son seduto come in meditazione e ho aperto lo scatolone, strappando con le dita i pezzi di scotch che tenevano legato il contenuto agli anni passati. Ho immerso le mani nel passato che adesso diventa presente, ho stretto con forza e ho tirato fuori l’eterno abbeccedario dei sogni. L’ho preso in braccio e l’ho tenuto sulle mie gambe, proprio come un bambino piccolo che cerca disperatamente qualcuno che gli dia qualcosa, proprio come un gattino appena nato che ha bisogno della mamma e, magari, di una grattatina sulla pancia.

Ho spostato il mio corpo per poggiar la schiena al muro, ho messo il mio vecchio creatore di emozioni davanti a me, così che con una leggera curvatura delle mie vertebre possa toccarlo senza fatica. Lasciando il mio sguardo lì, fermo, ad ammirare quell’oggetto, mi sono fermato un attimo a pensare a qualche anno fa, quando ancora lasciavo che il mondo venisse creato da quell’oggetto, quando ancora la composizione delle meravigliosi frasi era affidata all’istinto e alla voglia di imparare.

Mi sono alzato di scatto, sono corso in cucina a prender un piccolo straccio umidiccio, e son tornato indietro a raschiare via i pezzi delle emozioni passate.

Ho lasciato che il mio corpo si appoggiase dolcemente alla parete e sono finito di nuovo davanti al mio vecchio compositore di vita, osservandolo ancora un po’. Poi, ho poggiato le mani su di esso, ed ho fatto sì che il mondo tornasse a girare come volevo, ho cercato di nascondermi ancora una volta dietro quelle fantasie, che a volte fanno male e a volte fanno star bene. Ho riprodotto, di nuovo, la luce nascosta dalle porte chiuse, ho riprodotto il modello di chiave che mi serviva per aprire quelle porte.

Stamane, mettendo ordine tra le mie cose, ho trovato un foglio. Era uno spartito. Ho preso il mio vecchio piano digitale e l’ho suonato. E’ stato bellissimo.

Do, re, mi e tutte le armonie che ne posson venir fuori

settembre 3rd, 2010 § 3

Eccolo qua! Vedi come ritorna a scrivere Finalfire su Hope! Ebbeh, mica era morto!

Mi hanno rubato il mio sax. Il mio sax. Ok, non è una cosa grave, tanto lo si ricompra, quando s’avranno i soldi.

Eh no, cazzo. E’ grave, la cosa, molto molto molto grave. Sono 9 anni che suono e 9 anni che suono con quello strumento. Non suono con altri strumenti, non ne ho mai avuti; magari vogliateci contar la chitarra ma che me ne frega, di quella.

Erano 9 anni che suonavo con quello strumento e 9 anni che andavo in giro per paesi, città e concorsi a suonar questo o quello, a suonar ai concerti e alle feste paesane, a suonar con gli amici e in piazza con altri musicisti; e adesso, mi ritrovo con un pugno di mosche in mano. La colpa? Boh.

Ieri sera son andato a suonare da amici e quindi bon, ci siam divertiti e ho lasciato il mio strumento, come al solito, nel cofano della macchina: “tanto, chi vuoi se lo prenda”. E allora mi son messo a dormire, tornato a casa, e stamane mi son alzato per studiare! Che bravo ragazzo, eh?

Ricevo una chiamata: “oh, ma il sax è a casa?” e io “ehm no, è nella macchina come sempre”. E lì boom. Il botto. Sax rubato, si son presi una busta della spesa (???) e il mio strumento: il mio strumento.

Boh vabbeh, sarò un sentimentale, sarò un cretino, sarò una femminuccia, cazzo me ne frega. Quel sax mi ricordava tanto Claudia, mi ricordava le mie scelte, mi ricordava quello che ho fatto in 9 anni.

Boom. 9 anni buttati nel cesso. Fanculo.

Dove sono?

Stai visualizzando un mucchio di post che riportano il tag vita, sempre e solo su Hope.

   Hope blog   Miglior Blog