Sul combattere una guerra infinita

novembre 19th, 2011 § 0

Siam così immobili contro il destino che a volte sembra impossibile combatterlo.

Eppure preferisco pensare di potercela ancora fare: non riesco a concepire una resa così banale.

Soli tra i sentimenti

maggio 12th, 2011 § 2

In questa solitaria notte torno a scrivere su Hope.

Dopo tanti giorni, dopo tanti mesi, dopo tanti eventi, dopo tanti tempi passati, le mie dita si fermono un po’ su questa tastiera ad accarezzare questi tasti ormai consumati dal tempo, dall’usura, dal lavoro. Dopo tante speranze vissute, dopo tante speranze raggiunte, dopo tante speranze viste fuggire, mi fermo per un attimo di questo tempo e chiudo la mente in quel piccolo spazio che è solo mio, in quel piccolo spazio che non è raggiungibile da nessuno e che prende forma soltanto tra queste parole perdute tra sentimenti ed emozioni.

Il problema di questi giorni è che non c’è nessuno problema e c’è qualunque tipo di problema a porsi tra il passo precedente e il passo successivo. E’ come essere in bilico tra il giorno e la notte, il mare e la terra, il bene e il male, la gioia e il dolore: è come essere in bilico su qualcosa che non esiste, è come essere in bilico tra due fazioni, è come essere in bilico tra l’essere in bilico e non esserlo.

Come al solito mi rifugio tra le note, conscio di esser ben accolto tra esse, di non crear problemi, di non crearmi problemi. Mi fermo lì ad osservare cosa mi sta attorno, ad osservare la mia vita precedente con occhi diversi, a mediare tra gli eventi per raggiungere la mia vita futura con gli stessi occhi di sempre, gli stessi occhi colmi di speranza che mi han accompagnato da quando son nato.

Nel cielo, quest’oggi, si osservavan bianche nuvole, apocopate dallo scintillio del sole, turbate da nere sorelle. Come la luce vien turbata dall’oscurità io vengo turbato da me stesso, carne della mia stessa carne, sangue del mio stesso sangue, anima della mia stessa anima.

Una medaglia senza nessuna faccia, spettatori impossibilitati a distinguerle, come io lo sono a riconoscermi.

Where fuckin’ are you?

gennaio 4th, 2011 § 4

Ah, che bella vita.

Ho maturato un profondo odio per tutte le ragazzette e i ragazzetti che su vari blog e social network del cazzo scrivono frasi come “The Birthday is only a broken condom’s anniversary” e cazzate del genere. Porco cane, che nervi, che rabbia, che… nulla.

Il 2011 è iniziato in malo modo, in un modo proprio brutto, è iniziato con l’apoteosi della depressione e della tristezza e dello star male e dello aver voglia di scomparire. Essì, che palle, non ce la fo più, credetemi. Non ce la fo veramente più! E non mi sto lamentando, oh no, non sto dicendo assolutamente nulla; alla mia condizione sfortunatamente (o fortunatamente?) ci sono abituato, ci ho condiviso un periodo della mia vita lungo tredici anni (a otto anni non mi reputavo così cosciente di quello che mi accadeva intorno, eppur già mi reputavo). Adesso però la vita è estenuante, straziante, soffrente, dolorosa. Essì, cari amici miei, il vostro scrittore preferito è veramente stanco, ma stanco stanco. Mille problemi, millemila problemi, millemilamilioni di problemi, uno sopra l’altro, uno al seguito dell’altro, uno a fianco l’altro, tredicimilacinquecentoquarantatre bilioni di problemi. Eddai, cazzo, non venite a dirmi “devi avere fede”, “tutto accade per un motivo”: tutto accade per sto cazzo, ecco. Sì, per l’apparato genitale che io e voi lettori maschili avete (e non se son molto sicuro).

Dai, basta favole, basta il “ce la faremo”, basta il “ne usciremo sani e salvi”. Che palle! Rredicimilacinquecentroquarantaquattro bilioni di “che palle!”.

È da un paio d’anni a questa parte che mi succede, sempre più spesso, di consolare le persone che dovrebbero consolarmi. Oibò, signori, ditemi, dov’è la mia consolazione? Non son degno forse di esser consolato? Dove sono tutti i predicatori di bene e di speranza, eh? Dove sono? Dove siete, adesso?

Saluti.

Problemi? Sì, grazie. Ma ne è sicuro? Sicurissimo!

luglio 8th, 2010 § 1

Non riesco a prender sonno.

No, non è la prima strofa di una canzone che sto ascoltando ripetutamente da almeno quattro giorni a questa parte; più che altro non riesco a prender sonno perché, come qualche anno fa, la mia mente ha deciso, di punto in bianco, di smetter di “far finta di non pensar a nulla” e pensare realmente a qualcosa, anche se in modo relativo, sommario.

Il problema qual è? Beh, che la mia mente se ne vada per cavoli suoi è normale, il problema è che io, dopo, dove resto? Dove mi fermo? E poi, che faccio? Che faccio quando la mia mente corre avanti e non mi lascia tirarla dietro?

Ecco, quello è il problema. E il problema più grande, di quel problema, è che quando son senza la mia mente, mi ritrovo a pensare con un’altra mente, quella vera, quella che si nasconde sotto la mente razionale, che si attorciglia sotto le coperte a far finta di sonnecchiare, mentre la sorellona prende le decisioni più importanti.

Rileggetevi questo blog e capirete come ho sempre buttato via del tempo correndo dietro alla mia mente e agli altri. Ne ho buttato di tempo, eh, veramente tanto. E sinceramente, me ne frego del ricevere: non mi è mai importato nulla, ci son abituato. Non è autocommiserazione, è menefreghismo (qui ci starebbe bene una faccina di quelle che si usano, che io uso di solito, ma non sento questo scritto così mio da imbrattarlo con dei simboli senza significato). E’ menefreghismo misto alla paura di importarsene. E sinceramente, basta.  Veramente, davvero, eh. Basta. Son leggermente stanco, stanco, stanco. E così, e colà, e colì. E andiam avanti così, e ce la facciamo, e siam grandi, e siam quello e questo.

Tutte cazzate. Tutte cazzate già conosciute, eh. Ma son stufo di dimenticarmi di me stesso, per pensare agli altri. Averlo fatto per anni mi ha portato a quello che sono adesso, mi ha portato a navigare in un mare di merda. E non parlo del mare di questa costa. Parlo del mio mare, del mare della mia vita.

Da ‘x’ a ‘y’ ci son due passi

gennaio 26th, 2010 § 2

Tutti i giorni.

Ogni giorno è sempre più duro, veramente duro. Veramente bestiale, veramente “non alla mia portata”. Veramente, l’unica cosa di vero qui è che ci si deve muovere, e anche velocemente.

Veramente, eh.

No mercy

gennaio 12th, 2010 § 1

Nessuna pietà.

Altre 23 ore e muoio dissanguato o di qualunque altra malattia inimmaginabile. ‘sto 2010 non so che anno sarà, ma sarà che mi so già rotto di tutto e tutti. Oh my fuckin’ god.

E ora mi metto qui a scrivere, e punto un dito contro quelli che non hanno letteralmente “un cazzo da fare” nella vita. E sì, perché se qualcuno avesse qualcosa da fare, non darebbe la propria esistenza in dono all’arte di rompere i maroni o, come si dice da queste parti, i cugliuni altrui. Non avete un cazzo da fare, ammettetelo. E mi fate pietà quando vi lamentate, poi: “oh nooo, bla bla bla ble ble ble aww aww aww” (mi fa schifo anche sol riportare le lamentele che qualunque essere appartenente a questa categoria possa portar avanti) e state sempre lì, ad autocommiserarvi con le vostre lacrime da coccodrillo. Potete crepare, per me.

Sì. Smettetemi pure di leggere, ma sinceramente la parte del buono non mi si addice più. E son du palle letteralmente. Trovatevi un lavoro, un’occupazione, studiate, ingigantite la vostra cultura, masturbatevi, non so, fate qualcosa, ma non scassate le palle a me. Esseri inetti. Non mi credo migliore, assolutamente no. Ma se leggete di questa speranza qualche anno fra troverete che le identiche parole che dicevo allora son riportate qui, in ogni minima parte.

Perché dopo tanti anni ci si perde la mente a dare speranza a destra e a manca. Chi sono io, un dio? Ma fottetevi.

La mia giacca e il mio taschino

dicembre 13th, 2009 § 2

Zan zan!

Prendo in prestito le parole della cara vecchia Valentina e inizio un post che non so neanche dove finirà. Boh, mi va di scrivere stasera. Il tempo è un inferno qui e io me ne sto rintanato al calduccio vicino al pc a leggere, a guardare stupidi pinguini e ad ascoltare musica incomprensibile ma che mi fa star bene o, almeno, mi fa pensare ad altro, a tutto quello che vorrei pensare e che non riesco mai a raggiungere con la mente.

Tempo d’esami questo. E mi ricordo quando qualcuno mi diceva che questo esame l’avremmo fatto insieme, che mi avrebbe aiutato e che mi avrebbe bacchettato se solo mi fossi azzardato a sbagliare (e si sa, non son molto intelligente). E mi ricordo di tante e tante promesse.

Promesse. Mah, non servono. Sono inutili, fuorvianti. Le promesse non sono altro che pillole di zucchero miste ad amarezza, incentivi per prolungar un sentimento o un rapporto, miscugli di bugie e verità che non fanno altro che nasconderci da quello che non vogliamo sapere, che non fanno altro che sbatterci dentro quello che già sappiamo. Le promesse sono belle, sì. Sono bellissime. Ti fanno felice, specialmente se le ricevi il giorno del tuo compleanno. Ti fanno felice perché ti fermi lì, fai gli occhioni lucidi, ci credi davvero; le prendi in mano, le scarti e le fai tue. In quel momento, in quel fottuto momento ti riproponi di non abbandonar mai quelle promesse, di portarle sempre con te, perché ti fidi di chi te le ha fatte e allora le tieni sempre nel taschino della giacca, lì, dove giace la polvere di fiori morti.

Vivo per far fede alle promesse che i ricordi mi hanno spinto a fare. Sì, sto cazzo. Ero giovane ed inesperto quando verbiavo di passione e speranza. E ora sono ancora qui, sempre giovane ed inesperto, ma senza una marcia in più. Son sempre qui, a stringere i denti, sempre contro tutto e tutti e il mio vecchio amico destino sembra essersi sempre di più affezionato a me, tanto da non lasciarmi mai! Eppure, ne sono sicuro, un giorno dovrà lasciarmi: o morirò io, o morirà lui. E se nessuno dovesse morire, allora farò morire lui. Questo è sicuro.

Promesse. Tante promesse, tante. Mischiate con sentimenti, trite con emozioni. Semplici promesse, grandi parole, di tutto. Tutte in quel grande libro delle promesse.
E da quel libro, proprio da quel libro, in quella rilegatura in pelle vecchio stile, in quei moderni papiri, traccio una stella, una lettera e strappo via due o tre pagine. Il necessario, i contenitori delle tue promesse e con loro strappo via ricordi, emozioni, parole.

E il libro si richiude, in attesa di essere riaperto, in attesa di essere macchiato dall’inchiostro di nuove promesse, di nuove speranze, di nuove emozioni, che presto morirano, diventando polvere da taschino.

Closed the door

novembre 18th, 2009 § 1

Nessuna volta in 8 anni era troppo, due volte in due mesi è ancora troppo.

E ora qui ci si ferma, caro Francesco. Ora ci si ferma qui a dormire, a guardare le stelle, a far il romantico o il coglione, a far quello che si pare, ma con la corazza chiusa. E ora basta aprirsi, basta; ne abbiam le palle piene delle “aperture”.

Chiuditi e non rompere i maroni, Fra.

Credo di esser stanco anche senza aver fatto un cazzo

novembre 8th, 2009 § 0

Buh.

‘ste giornate nuvolose mi fan sempre fermare alla finestra in attesa di un lampo che mi squarci la mente e mi faccia fare qualcos altro, invece di farmi aspettare alla finestra in attesa di un lampo che mi squarci la mente. Boh, ho bisogno di chiamare il mio me stesso e di metterlo in riga. Sono stanco e stamane mi son anche svegliato con il mal di testa. Cioè, non so.

Ho tante, tante cose da fare. Pochissime in verità, ma son tante. E devo muovermi, altrimenti resto indietro. E sono già indietro da tempo. Buh, fermiamoci qui, io mi fermo qui, almeno per un po’. Voglio e devo riposarmi, altrimenti non arrivo da nessuna parte.

Alla prossima.

La realtà è un dolce che non mi piace

novembre 4th, 2009 § 0

Razionalità di la e di qua, seh.

Io sono sempre stato razionale, eh. Io sono quello che la razionalità la porta ogni mattina a prendersi un caffé, la porta in spiaggia, se la scopa e poi mangia felice a casa dei suoi. Sono quello che ci va a nozze, ecco.

Eppure, dio santissimo (ops, ho imprecato, dai, punitemi), come cazzo si fa a non capire che tutto quello che vorrei, per una volta, non è la razionalità ma semplicemente un’improvvisata, una sopresa, una magia, un sorriso dal mondo dedicato sempre e solo a me.

No, niente di tutto questo. Per carità, non mi lamento che non “ricevo” nulla, mi lamento che dopo tanto, tanto, tanto, si ha sempre bisogno di me, ma ogni volta non si capisce che quello di cui ho bisogno io non è quello che vivo, ma quello che sogno. E sì, i sogni mandiamoli pure a puttane, tanto c’è la razionalità! Maledetto me che la istigo, la razionalità.

Avrei bisogno di un filo d’aria, da respirare, con cui riempirmi i polmoni e buttarmi dal tetto di quel palazzo alto ventiquattro chilometri e aspettare che qualcuno mi raccolga, laggiù. E si scende, si scende, si precipita. L’aria si fa pesante, morire è ancora più sgradevole quanto bisogna sfondare un muro invisibile. Il mondo si ferma e tutti ti guardano cadere, come un angelo cui le ali son state strappate per farci la frittata con le cipolle. Il palazzo si piega verso di te, perché non può perdersi il tuo spiaccicarti al suolo.

Perché si sa, non ci sarà nessuno a prenderti lì sotto, e a nessuno mai verrebbe in mente di farti una sopresa e presentarsi lì sotto, dicendoti qualcosa del tipo “Sopresa! Ci sono io per te!“.

DND

settembre 1st, 2009 § 0

Ok, let’s stop for a moment.

No davvero, ora mi fermo un po’, la smetto e mi prendo una pausa. Piccolissima pausa, qualche nanosecondo, per cercare un po’ di quiete.

Space lion

luglio 26th, 2009 § 3

Oggi è domenica, domani sarà lunedì, e dopo sarà martedì, e così via.
I giorni trascorrono e io, sempre di più, perdo il mio animo, il mio entusmiasmo, la mia vita, i miei interessi, i miei progetti, i miei sogni, le mie passioni.

Non voglio finire così, non voglio. E dai, allora, mondo, concedimi qualche attimo di tregua, dammi una strada, lasciami intravedere quello che ci sarà nel mio futuro.

Non ci riesco, non riesco più a programmare niente. Tutto quello che voglio è serenità, gioia, allegria, speranza. Tutte cose che non trovo, che non ottengo, che magari non ho mai cercato. Ma a volte mi domando: se per davvero non le avessi cercate, allora perché ci tengo tanto? Perché? » Dovresti cliccare qui per leggere il resto «

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