Credo che la speranza in questo mondo sia poco originale.
Credo che la speranza, in questo mondo, sia troppo poco originale per esser anche solo valutata come alternativa alla solita miscredenza generale nei sentimenti e nell’empatia umana. Sia ben chiaro, non sto puntando il dito su nessuno e soprattutto io non sono nessuno per consigliare cosa provare e cosa non; eppure, sulla speranza ci si affida ben poco, se non per nulla.
Lo sapete benissimo, mi conoscete, conoscete la mia vita, forse meglio di chi mi vede ogni giorno, forse meglio di chi pensa che guardarmi negli occhi sia sufficente per sapere cosa provo e non provo.
Sapete benissimo che io non considero la speranza come tale, per me non esiste: l’unica speranza che approvo è quella che si identifica nello sperare che la speranza esista, da qualche parte. E voi, semplicemente, mi direte che la mia è già speranza nel termine stretto. Io, più facilmente, vi dirò che la mia non è speranza ma voglia di sperare, voglia che ci sia qualcosa in cui sperare, voglia di trovare disperatamente qualcosa in cui sperare. Forse è paura, ecco.
Siamo esseri umani. Sono un essere umano. Abbiamo bisogno di aggrapparci a qualcosa per sopravvivere. Abbiamo bisogno di credere che ci sia qualcosa di più grande al di sopra, qualcosa che ci permetta di dare una spiegazione a tutto ciò. Abbiamo bisogno di dare la colpa al fato o al destino perché siam troppo preoccupati a protegger noi stessi, perché non è possibile che l’artefice del nostro destino e delle nostre catastrofi sia semplicemente il nostro “io”.
La nostra assoluta fede nei percorsi mentali apre le porte ad una concezione riduzionistica del mondo che porta direttamente a sviare il tutto su un piano astrale diverso dal nostro, su un livello di astrazione così superiore che abbiam bisogno di credere che sia veramente tale, per poter esseri appagati.
Io non so se tutto questo sia giusto, non so se i miei intricati pattern cerebrali possano un giorno portarmi ad una conclusione che soddisfi appieno i miei sensi o che mi faccia comprendere l’essenza di probabili mere illusioni. Io non so se tutto questo sia giusto ma adesso non ho il tempo per scoprirlo: devo trascorrere le mie ultime infinite ore a capire se ne vale davvero la pena.
Ora scrivo sicuramente perché ho le dita atrofizzate e quindi le devo riscaldare e dato che non posso giocare con gli stuzzicadenti gioco con la tastiera, e sforno un post che non sa di nulla ma ha un buon sapere (paradosso).
Comunque, che c’è? Dimmelo. Lo so che c’è qualcosa, non sono un bambino, eh. Ok, lo sono, ma non trattarmi come tale! Non c’è niente? Ancora meglio, ma sinceramente se c’è qualcosa voglio saperlo, semplicemente per poter cambiare le stelle da qualche parte e sventolare il mondo all’ombra dell’universo e farmi beffa di chi non ha questa fortuna.
Io che incasello numeri a destra e a manca vedo l’inesorabile cadere delle gocce sulla finestra.
Io che scrivo e riscrivo, di baggianate, di calcoli, di problemi su problemi che non accennano a finire, che non accennano a risolversi.
Però. Questa pioggia mi è sempre piaciuta. Come scrissi tempo fa, la pioggia aiuta a concentrarsi, aiuta a riflettere. La pioggia aiuta a render vivo il collettivo della mente, quando non è occupata da uscite, giochi e quant’altro. Tutta questa pioggia fa vedere il mondo in modo diverso: ti senti una scia di luce e in quanto tale, fai slalom tra le gocce che cadono e che vogliono ucciderti. Sembra che cada il cielo, tra un po’. Sembra che cada il cielo, si, ma non cade e non cadrà mai; lo sai bene, in fondo, che il cielo non appartiene alla terra, non appartiene a noi.
In questi giorni non voglio altro che farmi respirare e respirare a mia volta. Il bello è che non lo vorresti, perché credi sia meglio starsene li, in disparte, a respirare da solo, senza farsi notare ma…
Alla fine ti svegli e comprendi che non è possibile: il tuo respiro, da solo, è troppo freddo, per colmare il calore di due respiri. E come ogni volta, ti ributti nella mischia, sperando di non uscirne più.
Persone diverse. Persone speciali. Persone prive di razionalità, colme di fantasia.
Peronse diverse, eppure così uguali a tutte le altre. Persone piene di qualcosa che il Sole trasmette.
La notte è sempre difficile da affrontare, sempre. Sarà così, rimarrà così.
Stasera vorrei semplicemente guardare attraverso questa nebbia che mi lascia qui lontano.
Stasera vorrei prender l’insegna di quell’hotel che si vede dalla mia finestra e sbatterla giù per terra.
Stasera vorrei esser ancora fermo lì a parlare.
Stasera vorrei che quel tempo così misero fosse un tempo massimo.
Stasera vorrei che il Sole sorgesse, adesso.
Stasera vorrei legar la luna con una corda, e darla in dono.
Stasera vorrei soltanto che questa sera finisse, per arrivar a domani.
Stasera vorrei semplicemente addormentarmi e svegliarmi domattina.
Semplicemente questo.
Ritirandomi osservavo il mio cielo stellato, stasera.
Un cielo mai visto prima: pieno di stelle, di magia, di fantasia. Stelle piccole, grandi, visibili, meno visibili, brillanti, spente. Il mio cielo stellato.
Rifletto su quello che sto affrontando, su quello che in questi giorni percorro. Rifletto sempre e solo su quell’idee di serenità, di felicità, di spensieratezza. Eppure, riflettendo, non giungo mai ad una conclusione. Rifletto troppo, e non serve. Proprio no.
Il mio cielo stellato era lì, questa sera. Bellissimo, ripeto. Sullo sfondo buio della mia anima si rifletteva lo splendore delle emozioni che l’Universo mi regala.
Bello, bello, bello, il mio cielo stellato.
Lunedì ho affrontato il mio esame di “maturità” (si fa per dire, mi sento meno maturo di prima). L’ho affrontato in un clima di umanità e non di solite ragioni sociali distorte che la gente ti propina, finendo di scrivere il tuo nome su di una generica lista nera. Ho affrontato il mio esame in perfetta calma, conscio dei miei limiti e conscio del fatto che l’unico mio limite sia il cielo. Ho affrontato il mio esame partendo in quarta, e finendo con il motore bruciato per la troppa velocità. Ho affrontato il mio esame verbiando astrusi concetti, sparlando di quello che “loro” volevano sentirsi dire. Ho affrontato il mio esame sperando che, un giorno, tutto questo mi porti a salire quelle maledette scale.
Lunedì ho affrontato il mio esame di “maturità” e questa sera mi ritiravo con il mio cielo stellato sopra di me, sotto di me, ovunque.
Bello, bello, bello, il mio cielo stellato.
Eppure i pensieri di quel vortice oscuro mi spingono tutt’ora a credere di non riuscire a cambiare; mi spingono tutt’ora a capire che, forse, sto sbagliando tutto; mi spingono tutt’ora a dire “forse non dovrei farlo”. Mi spingono da tempo, ormai, ma ancora non riesco a fermarmi, a fermare i miei occhi prima che si perdano nel mio cielo stellato.
Non riesco neanche più a scrivere, dai, diciamocelo; vedo gente scrivere pagliacciate e venir acclamate; vedo gente scrivere cavolate e venir osannate; vedo gente non scrivere nulla e pregare qualcuno lassù affinché trovino l’ispirazione.
Non riesco a scrivere più come prima e di questo soffro, perchè significa che ho superato il confine e non riesco a ritornar sui miei passi, non riesco a metter un piede dietro l’altro; non riesco, e mi perdo nel mio cielo stellato.
Bello, bello, bello, il mio cielo stellato.
Eppure, credo che dovrei smetter di alzar la testa, sperando.
Dove sono?
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Hope.