Anche questo natale sta per arrivare e io, ancora, non capisco se devo scrivere natale con la n maiuscola o meno.
Il problema è che ogni natale arriva quatto quatto, ti stravolge un po’ e se ne va, non lasciando tracce. Altro che fantasmi del natale precedente, qui non basta la cronologia per ricordare ogni evento natalizio.
Questo post deve essere filosofico e introspettivo, deve essere una panoramica completa della mia vita, del mio io, del mio essere ma, come ben sapete, non so che dire sul mio io, sul mio essere, sulla mia vita. In verità, però, ho qualcosa da dire e soprattutto da chiedere: perché?
Perché il vento arriva e mi sconvolge i capelli? Perché?
Perché quel burrone deve aprirsi ogni volta e portarmi giù, giù, giù fin quando vuole? Perché?
Perché la neve deve essere portatrice di freddo e di confusione? Perché?
Ricordo quel giorno, me lo ricordo nettamente, ho giurato che non avrei più fatto quello che ho fatto, ho giurato che avrei impedito che succedesse di nuovo. Il mio giuramento non è stato vano, non è andato perduto, non è stato frantumato.
Ma sei sempre lì, dietro quella porta a spiarmi dallo spioncino, a muovere lentamente la maniglia per insidiarmi nella testa il baco della curiosità, il tarlo del sospetto o qualunque cosa tu voglia fare.
Stamane, mettendo ordine tra le mie cose, ho trovato un foglio.
Non era un foglio qualsiasi, di quelli bianchi e profumati che trovi in cartoleria, di quelli appena strappati dal solito album dedicati alle tue avventure immaginarie. Era un foglio con sopra molte linee, dei puntini cicciottelli con degli occhielli serigrafati e strani simboli tutti colorati di neri: era uno spartito, un vecchio spartito della mia infanzia pianistica.
E allora mi son deciso, son salito al piano di sopra e ho aperto la solita piccola porticina color legno contenete vecchi ricordi. Ho fatto spazio tra le cianfrusaglie, ho spostato questo lì e quell’altro la e sono arrivato al mio obiettivo: uno scatolone di cartone, molto largo e poco spesso, ammanettato da pezzi di scotch sopra e sotto. L’ho preso, sono tornato al presente e ho fatto un lungo respiro, rilasciandolo per far andar via l’odore di vecchiaia e di dimenticanza da quello scatolo.
Scese le scale, ho poggiato tutto per terra, mi son seduto come in meditazione e ho aperto lo scatolone, strappando con le dita i pezzi di scotch che tenevano legato il contenuto agli anni passati. Ho immerso le mani nel passato che adesso diventa presente, ho stretto con forza e ho tirato fuori l’eterno abbeccedario dei sogni. L’ho preso in braccio e l’ho tenuto sulle mie gambe, proprio come un bambino piccolo che cerca disperatamente qualcuno che gli dia qualcosa, proprio come un gattino appena nato che ha bisogno della mamma e, magari, di una grattatina sulla pancia.
Ho spostato il mio corpo per poggiar la schiena al muro, ho messo il mio vecchio creatore di emozioni davanti a me, così che con una leggera curvatura delle mie vertebre possa toccarlo senza fatica. Lasciando il mio sguardo lì, fermo, ad ammirare quell’oggetto, mi sono fermato un attimo a pensare a qualche anno fa, quando ancora lasciavo che il mondo venisse creato da quell’oggetto, quando ancora la composizione delle meravigliosi frasi era affidata all’istinto e alla voglia di imparare.
Mi sono alzato di scatto, sono corso in cucina a prender un piccolo straccio umidiccio, e son tornato indietro a raschiare via i pezzi delle emozioni passate.
Ho lasciato che il mio corpo si appoggiase dolcemente alla parete e sono finito di nuovo davanti al mio vecchio compositore di vita, osservandolo ancora un po’. Poi, ho poggiato le mani su di esso, ed ho fatto sì che il mondo tornasse a girare come volevo, ho cercato di nascondermi ancora una volta dietro quelle fantasie, che a volte fanno male e a volte fanno star bene. Ho riprodotto, di nuovo, la luce nascosta dalle porte chiuse, ho riprodotto il modello di chiave che mi serviva per aprire quelle porte.
Stamane, mettendo ordine tra le mie cose, ho trovato un foglio. Era uno spartito. Ho preso il mio vecchio piano digitale e l’ho suonato. E’ stato bellissimo.
Prendo in prestito le parole della cara vecchia Valentina e inizio un post che non so neanche dove finirà. Boh, mi va di scrivere stasera. Il tempo è un inferno qui e io me ne sto rintanato al calduccio vicino al pc a leggere, a guardare stupidi pinguini e ad ascoltare musica incomprensibile ma che mi fa star bene o, almeno, mi fa pensare ad altro, a tutto quello che vorrei pensare e che non riesco mai a raggiungere con la mente.
Tempo d’esami questo. E mi ricordo quando qualcuno mi diceva che questo esame l’avremmo fatto insieme, che mi avrebbe aiutato e che mi avrebbe bacchettato se solo mi fossi azzardato a sbagliare (e si sa, non son molto intelligente). E mi ricordo di tante e tante promesse.
Promesse. Mah, non servono. Sono inutili, fuorvianti. Le promesse non sono altro che pillole di zucchero miste ad amarezza, incentivi per prolungar un sentimento o un rapporto, miscugli di bugie e verità che non fanno altro che nasconderci da quello che non vogliamo sapere, che non fanno altro che sbatterci dentro quello che già sappiamo. Le promesse sono belle, sì. Sono bellissime. Ti fanno felice, specialmente se le ricevi il giorno del tuo compleanno. Ti fanno felice perché ti fermi lì, fai gli occhioni lucidi, ci credi davvero; le prendi in mano, le scarti e le fai tue. In quel momento, in quel fottuto momento ti riproponi di non abbandonar mai quelle promesse, di portarle sempre con te, perché ti fidi di chi te le ha fatte e allora le tieni sempre nel taschino della giacca, lì, dove giace la polvere di fiori morti.
Vivo per far fede alle promesse che i ricordi mi hanno spinto a fare. Sì, sto cazzo. Ero giovane ed inesperto quando verbiavo di passione e speranza. E ora sono ancora qui, sempre giovane ed inesperto, ma senza una marcia in più. Son sempre qui, a stringere i denti, sempre contro tutto e tutti e il mio vecchio amico destino sembra essersi sempre di più affezionato a me, tanto da non lasciarmi mai! Eppure, ne sono sicuro, un giorno dovrà lasciarmi: o morirò io, o morirà lui. E se nessuno dovesse morire, allora farò morire lui. Questo è sicuro.
Promesse. Tante promesse, tante. Mischiate con sentimenti, trite con emozioni. Semplici promesse, grandi parole, di tutto. Tutte in quel grande libro delle promesse.
E da quel libro, proprio da quel libro, in quella rilegatura in pelle vecchio stile, in quei moderni papiri, traccio una stella, una lettera e strappo via due o tre pagine. Il necessario, i contenitori delle tue promesse e con loro strappo via ricordi, emozioni, parole.
E il libro si richiude, in attesa di essere riaperto, in attesa di essere macchiato dall’inchiostro di nuove promesse, di nuove speranze, di nuove emozioni, che presto morirano, diventando polvere da taschino.
Non c’è nulla di completamente mio a questo mondo, e credo non ci sarà mai nulla.
Staremo a vedere, in realtà, ma credo di conoscere già la realtà.
Oggi ho parlato con una persona che non sentivo da un anno circa e sta male, a quanto ho capito. Spero ritorni a stare bene, spero ritorni io un giorno a star bene.
Non so, non so davvero. Non ho nulla di cui lamentarmi, per carità. Assolutamente nulla. Eppure, i colori mi sfuggono, e sconfinati prati grigi mi riempiono il mondo di malinconia e tristezza.
Quest’anno mi sono comportato male, veramente male. Non rinnego nessuna scelta, nessuno. Ma mi merito tutte le punizioni di questo mondo, semplicemente perché so fronteggiarle. E come ogni volta, vinciamo. Con dolore e sofferenza, vinciamo.
Furono attimi terribili, spaventosi, assurdi, incomprensibili. Ma la mia vita si aprì e la notte divenne giorno e il Sole apparse in cielo. Bello, stupendo, straordinariamente brillante in quella veste. Quell’azzuro cielo che ricopre il mondo, quel tetto che fa da fermo a tutti i nostri pensieri, le nostre paure, le nostre superstizioni che non possono varcarlo e si fermano lì, sognando l’universo.
Il Sole prese a danzare, il Sole prese a muoversi, il Sole prese a dar vita agli esseri umani e non, alle cose, alla terra stessa, a me. Quelle nuvole che andavano e venivano, quella paura di volare, quella paura di non saper volare, quella paura di iniziar a correre e non fermarsi mai, iniziare a correre e fermarsi dopo troppo poco tempo.
Quella musica faceva da tramite. Quella musica era il regno, loro erano i sudditi, quelle parole erano il re e la regina. Corde pizzicate nell’atrio del cosmo, al cospetto degli astri, al cospetto della creazione. Musica di incandescente potenza e soffice dolcezza si diffuse e così, a poco a poco, della terra fece la sua patria, del mondo fece la sua terra.
La musica del cosmo, la musica delle stelle, la musica di un giorno e di milioni di giorni, la musica di un ricordo e di tanti ricordi, la musica del volere e della speranza, la musica del sogno e della realtà. La musica, solo lei, completezza astrale di infiniti pezzi di un multiverso che non sparirà mai. Mai.
Io che incasello numeri a destra e a manca vedo l’inesorabile cadere delle gocce sulla finestra.
Io che scrivo e riscrivo, di baggianate, di calcoli, di problemi su problemi che non accennano a finire, che non accennano a risolversi.
Però. Questa pioggia mi è sempre piaciuta. Come scrissi tempo fa, la pioggia aiuta a concentrarsi, aiuta a riflettere. La pioggia aiuta a render vivo il collettivo della mente, quando non è occupata da uscite, giochi e quant’altro. Tutta questa pioggia fa vedere il mondo in modo diverso: ti senti una scia di luce e in quanto tale, fai slalom tra le gocce che cadono e che vogliono ucciderti. Sembra che cada il cielo, tra un po’. Sembra che cada il cielo, si, ma non cade e non cadrà mai; lo sai bene, in fondo, che il cielo non appartiene alla terra, non appartiene a noi.
In questi giorni non voglio altro che farmi respirare e respirare a mia volta. Il bello è che non lo vorresti, perché credi sia meglio starsene li, in disparte, a respirare da solo, senza farsi notare ma…
Alla fine ti svegli e comprendi che non è possibile: il tuo respiro, da solo, è troppo freddo, per colmare il calore di due respiri. E come ogni volta, ti ributti nella mischia, sperando di non uscirne più.
Ah, ragazzi.
Ho venti anni, il mio primo anno di università e quasi finito e non so dove andrò, dove sarò, dove esisterò. Non so neanche se arriverò ad un futuro del genere, eh.
Ah, figlioli miei.
Non ho ancora perso quei ticchettii (o peculiarità, come dice qualcuno) del mio carattere e del mio corpo che mi rendono “strano” o “diverso”. Non ho ancora perso l’abitudine di battere le dita al bancone del bar mentre aspetto, di suonar sul legno come l’aria sul pianoforte, di girar in lungo e in largo a pensare e a pensare, di farmi male da solo più di quanto qualcuno possa fare.
Ah, bambini di questo mondo.
Vivete, viviamo questa vita. Non c’è altro da fare, alla fine. E lo sapete benissimo, anche voi, li fuori, che mi considerate tanto “sciocco”.
Immortaliamo l’esistenza nell’unica cornice che valga la pena costruire.
Lasciamoci accecare dalla luce del Sole.
Quello che non siamo, non saremo mai.
Se lo fossimo, non saremmo noi stessi.
Dove sei?
Lune passate mi hanno insegnato che non posso sguainare la spada e trafiggere tutti, perché tutti non possono essere trafitti, perché tutti sono già trafitti, perché tutti non si meritano di esser trafitti, perché tutti sono già morti.
Dietro queste labbra una lingua parla per convincerti, per farti felice, per farti sognare. Non posso fermarmi ora, non posso, posso farcela, se ci credo. Se ci crediamo.
Dove sei ora?
Il mio paradiso brilla all’ombra delle mimose e non fiorisce. Di questo mi rammarico, il paradiso vorrei raggiungere e donarti un posto tra le nuvole che meriti.
Dove eri quel giorno?
Ci sei quando il cane piange in piena notte, non ci sei quando qualcuno piange tutta la notte, non ci sei quando tu saresti l’unica medicina per quella mortale malattia.
“Comunque, cosa è successo?”
Non è possibile che l’oscurità mi porti a sentire voci senza senso ma che tanto senso mi ricordano. Non è possibile, non voglio sentirle.
Non voglio esserci quando parlano.
Non voglio esserci quando parli.