Prendo in prestito le parole della cara vecchia Valentina e inizio un post che non so neanche dove finirà. Boh, mi va di scrivere stasera. Il tempo è un inferno qui e io me ne sto rintanato al calduccio vicino al pc a leggere, a guardare stupidi pinguini e ad ascoltare musica incomprensibile ma che mi fa star bene o, almeno, mi fa pensare ad altro, a tutto quello che vorrei pensare e che non riesco mai a raggiungere con la mente.
Tempo d’esami questo. E mi ricordo quando qualcuno mi diceva che questo esame l’avremmo fatto insieme, che mi avrebbe aiutato e che mi avrebbe bacchettato se solo mi fossi azzardato a sbagliare (e si sa, non son molto intelligente). E mi ricordo di tante e tante promesse.
Promesse. Mah, non servono. Sono inutili, fuorvianti. Le promesse non sono altro che pillole di zucchero miste ad amarezza, incentivi per prolungar un sentimento o un rapporto, miscugli di bugie e verità che non fanno altro che nasconderci da quello che non vogliamo sapere, che non fanno altro che sbatterci dentro quello che già sappiamo. Le promesse sono belle, sì. Sono bellissime. Ti fanno felice, specialmente se le ricevi il giorno del tuo compleanno. Ti fanno felice perché ti fermi lì, fai gli occhioni lucidi, ci credi davvero; le prendi in mano, le scarti e le fai tue. In quel momento, in quel fottuto momento ti riproponi di non abbandonar mai quelle promesse, di portarle sempre con te, perché ti fidi di chi te le ha fatte e allora le tieni sempre nel taschino della giacca, lì, dove giace la polvere di fiori morti.
Vivo per far fede alle promesse che i ricordi mi hanno spinto a fare. Sì, sto cazzo. Ero giovane ed inesperto quando verbiavo di passione e speranza. E ora sono ancora qui, sempre giovane ed inesperto, ma senza una marcia in più. Son sempre qui, a stringere i denti, sempre contro tutto e tutti e il mio vecchio amico destino sembra essersi sempre di più affezionato a me, tanto da non lasciarmi mai! Eppure, ne sono sicuro, un giorno dovrà lasciarmi: o morirò io, o morirà lui. E se nessuno dovesse morire, allora farò morire lui. Questo è sicuro.
Promesse. Tante promesse, tante. Mischiate con sentimenti, trite con emozioni. Semplici promesse, grandi parole, di tutto. Tutte in quel grande libro delle promesse.
E da quel libro, proprio da quel libro, in quella rilegatura in pelle vecchio stile, in quei moderni papiri, traccio una stella, una lettera e strappo via due o tre pagine. Il necessario, i contenitori delle tue promesse e con loro strappo via ricordi, emozioni, parole.
E il libro si richiude, in attesa di essere riaperto, in attesa di essere macchiato dall’inchiostro di nuove promesse, di nuove speranze, di nuove emozioni, che presto morirano, diventando polvere da taschino.
Non c’è nulla di completamente mio a questo mondo, e credo non ci sarà mai nulla.
Staremo a vedere, in realtà, ma credo di conoscere già la realtà.
Oggi ho parlato con una persona che non sentivo da un anno circa e sta male, a quanto ho capito. Spero ritorni a stare bene, spero ritorni io un giorno a star bene.
Non so, non so davvero. Non ho nulla di cui lamentarmi, per carità. Assolutamente nulla. Eppure, i colori mi sfuggono, e sconfinati prati grigi mi riempiono il mondo di malinconia e tristezza.
Quest’anno mi sono comportato male, veramente male. Non rinnego nessuna scelta, nessuno. Ma mi merito tutte le punizioni di questo mondo, semplicemente perché so fronteggiarle. E come ogni volta, vinciamo. Con dolore e sofferenza, vinciamo.
Io sono sempre stato razionale, eh. Io sono quello che la razionalità la porta ogni mattina a prendersi un caffé, la porta in spiaggia, se la scopa e poi mangia felice a casa dei suoi. Sono quello che ci va a nozze, ecco.
Eppure, dio santissimo (ops, ho imprecato, dai, punitemi), come cazzo si fa a non capire che tutto quello che vorrei, per una volta, non è la razionalità ma semplicemente un’improvvisata, una sopresa, una magia, un sorriso dal mondo dedicato sempre e solo a me.
No, niente di tutto questo. Per carità, non mi lamento che non “ricevo” nulla, mi lamento che dopo tanto, tanto, tanto, si ha sempre bisogno di me, ma ogni volta non si capisce che quello di cui ho bisogno io non è quello che vivo, ma quello che sogno. E sì, i sogni mandiamoli pure a puttane, tanto c’è la razionalità! Maledetto me che la istigo, la razionalità.
Avrei bisogno di un filo d’aria, da respirare, con cui riempirmi i polmoni e buttarmi dal tetto di quel palazzo alto ventiquattro chilometri e aspettare che qualcuno mi raccolga, laggiù. E si scende, si scende, si precipita. L’aria si fa pesante, morire è ancora più sgradevole quanto bisogna sfondare un muro invisibile. Il mondo si ferma e tutti ti guardano cadere, come un angelo cui le ali son state strappate per farci la frittata con le cipolle. Il palazzo si piega verso di te, perché non può perdersi il tuo spiaccicarti al suolo.
Perché si sa, non ci sarà nessuno a prenderti lì sotto, e a nessuno mai verrebbe in mente di farti una sopresa e presentarsi lì sotto, dicendoti qualcosa del tipo “Sopresa! Ci sono io per te!“.
Al primo rintocco la platea si alzò, un uomo esile e di media statura iniziò a camminare e il vento la musica fece cessare.
Al secondo rintocco il vento salì, un turbine di odio investì la luna che dall’universo scese, portando con se il vecchio e freddo cielo.
Al terzo rintocco il fiore ai piedi dell’uomo sbocciò e di azzurre tinte l’aria nacque e la pioggia di quel freddo mese iniziò a scendere su quella terra.
Al quarto rintocco la carrozza si fermò, la principessa scese e il cielo smise di esistere.
Al quinto rintocco la speranza prese forma, si chinò davanti l’uomo e raccolse il fiore, strappandolo come un bambino strappa le ali ad una libellula, per gioco.
Al sesto rintocco non molto lontano una farfalla sbatté le ali e nell’aureo circondario ogni pianta seccò e gli alberi ritornarono semi.
Al settimo rintocco il monte vicino crollò e dalle viscere di quel terreno oscuri insetti si fecero avanti, diretti verso il mistico luogo.
All’ottavo rintocco non si intravedeva luce ma semplice paura di cacciare via la vita e ritornar alla morte.
Al nono rintocco la musica ritornò a suonare e avide di sentimenti le note cominciarono ad ammaliare i presenti.
Al decimo rintocco l’uomo alzò una mano e si fermò.
All’undicesimo rintocco l’uomo abbassò la mano e sulla sua spalla destra uno scricciolo di colore azzurro si posò.
Al dodicesimo rintocco la folla scomparve e la solitudine prese con se l’uomo e lo portò su di una nuvola: al di sopra il niente, al di sotto il tutto.
Al tredicesimo rintocco la nuvola si mosse e lunghi cirri misti a fantasia corsero per tutto il globo, quasi a stringer in una mossa la poca speranza rimasta, dopo il quinto rintocco.
Al quattordicesimo rintocco le nuvole si dissolsero e l’uomo iniziò a cadere verso la terra.
Al quindicesimo rintocco la terra scomparve e l’universo si fermò: creazione e distruzione, cambiamenti su cambiamenti. Il fermo assoluto del riposo del non dormiente.
Al sedicesimo rintocco le fiamme apparirono tra le stelle e ognuna di essere si smise di brillare.
Al diciassettesimo rintocco il mondo ricomparve, la natura ricomparve, i fiori ricomparvero.
Al diciottesimo rintocco il mondo continuò il suo vivere e la platea ritornò, la musica continuò a suonare e il cielo ascese al suo posto originale.
Al diciannovesimo rintocco la speranza riapparve con ali da fata e il fiore in mano, rivolto verso il Sole.
Al ventesimo rintocco l’uomo portò il braccio in avanti e le dita si rivolsero contro il fiore, cercando di prenderlo…
Uscire di sera con questo tempo è semplicemente straordinario.
Cammini per strada, con compagni al fianco, alzi lo sguardo e ti fermi un attimo; decine e decine di persone ti passano accanto e te guardi su, ammaliato da un pugno di stelle sparse a distanza elevatissima, che ti sembran creare un percorso verso l’infinito, verso il passato, verso qualcosa che potrebbe cambiarti la vita.
Con questo tempo guardi lassù e vedi solo alcune nuvole illuminate candidamente dal chiarore della luna; ti giri, scruti ancora il cielo e tra il blu della notte e il nero del mondo trovi sempre una stella, lassù, che non smette mai di brillare. Ti segue quando vai in giro, ti segue quando sei fermo, ti segue quando dormi, ti segue quando ti svegli e anche se non la vedi, è sempre li, a brillare e a brillare.
Possono esserci miliardi di nuvole nere ma le stelle brillano e non finiranno mai di brillare.
Oggi è domenica, domani sarà lunedì, e dopo sarà martedì, e così via.
I giorni trascorrono e io, sempre di più, perdo il mio animo, il mio entusmiasmo, la mia vita, i miei interessi, i miei progetti, i miei sogni, le mie passioni.
Non voglio finire così, non voglio. E dai, allora, mondo, concedimi qualche attimo di tregua, dammi una strada, lasciami intravedere quello che ci sarà nel mio futuro.
Non ci riesco, non riesco più a programmare niente. Tutto quello che voglio è serenità, gioia, allegria, speranza. Tutte cose che non trovo, che non ottengo, che magari non ho mai cercato. Ma a volte mi domando: se per davvero non le avessi cercate, allora perché ci tengo tanto? Perché? » Dovresti cliccare qui per leggere il resto «
E’ facile, dire che non è giusto. Cos’è giusto? Cosa non è giusto? E’ giusto che il mondo ti tratti così, che non ti trattì così?
Non è giusto. Non dire che non è giusto. Non puoi farci nulla, se non alzarti e vivere, pensando a te.
Per chi sopravvive, non è giusto. Per chi vive non è giusto, ma la speranza non la toglie nessuno.
Insorabilmente la pioggia cade, cade, cade.
Su questo mondo la pioggia inesorabilmente cade con quell’inaudita violenza che il cielo regala a questo mondo.
La violenza di lacrime versate inutilmente, senza senso e sensa obiettivo. La violenza di un mondo dove la guerra non può cessare, dove la guerra è combattere giorno per giorno per conquistare la serenità che mai hai trovato, che mai troverai. La violenza di una luna spaccata che come una meteora su questo mondo sta per schiantarsi, sta per uccidere tutti. La violenza di un bambino con il suo falso sorriso, la violenza di un adulto con la sua vera tristezza, la pietà di un ragazzo che non riesce a combattere il proprio destino. La violenza di un essere rinchiuso tra sbarre di nuvole, la violenza di un essere sepolto dalla cenere. » Dovresti cliccare qui per leggere il resto «
Credi che sia bello combattere il destino? non lo è . è tediante, è massacrante, è infido. sei solo, piu’ che solo. non c’è nessuno che ti creda e nessuno che ti appoggi. ma perchè allora tutto questo? è successo proprio perchè ho subito passivamente prima. solo ora, riemergo. e ritrovo il vuoto, sopra di me.
sopra, sotto, solo il cielo dove poter scappare. sopra, sotto, solo l’ombra dove potersi rifugiare…
Fatemi una foto, richiedete un autografo, pretendete una cena insieme perchè stasera mi trovate felice.
Non so perchè. Cioè, lo so, ma non voglio ammetterlo. Perchè? Non domandatemelo, rispondetevi da soli. Capirete che è la più banale (seppur dolorosa) paura che esista al mondo: ho paura che tutto questo finisca.
Aaah, ma stavolta mi sentono, da lassù. Stavolta mi impongo, più di quanto abbia mai fatto. Non lascerò consolidare la faccenda come sempre. Stavolta ho io in pugno l’Universo. E se non è così, che qualcuno mi fulminasse, ora! All’istante!
… cinque minuti dopo…
Ok, a parte un piccolo tuono nel circondario, sono ancora vivo.
Ciò significa che la battaglia è iniziata e, questa volta, non vedrà il nostro Amico come vincitore.
Ebbene si, sto per abbandonare la scatola della mia evoluzione. Dovrei entrare in un nuovo mondo: un mondo fatto di responsabilità, un mondo fatto di doveri, un mondo fatto di diritti, un mondo fatto di pensieri sempre e comunque tesi verso il futuro.
Mi ricordo qualche anno fa quando pensavo di esser già maturo e di esser “grande”. Solo ora, arrivando alla soglia del “diventar grandi” mi accorgo che i miei pensieri erano sbagliati, infondati e troppo semplici per costituire qualcosa di veramente concreto.
Eppure continuo a ricordare qualche anno fa: la mia mente vagava libera per le molteplici vie di pensiero che esistono in questo mondo e non credevo a nulla, se non al mio ego e alla mia ambizione.
Con un occhio malinconico guardo al passato e mi domando “e se avessi cambiato qualcosa? e se non avessi scelto di fare questo o quello?”. Mi domando sempre tante cose si, specie riguardo al futuro ma mai sono riuscito a darmi una risposta.
Ma, credo, sia meglio così. Non ho bisogno di darmi una risposta a domande che traggono vita dal passato, perchè nel passato ho fatto scelte che in ogni caso hanno modificato la visione di un futuro prossimo, cercando di plasmarlo nel miglior modo possibile.
Plasmarlo. Sarebbe bello si, se non esistesse il destino. Ma continuo a ripetermi quanto il destino valga poco per la mia fede e quanto esso sia la cosa più importante del mio credo. Un paradosso, ecco quello che è il mio pensiero. Un paradosso speciale, colmo di suoni e parole, colmo di immagini che repentive sfrecciano nella mia testa, lasciandomi una scia di felicità o tristezza, a seconda dei casi.
E’ un paradosso, vero. Come è un paradosso pensare di non poter cambiare il proprio destino, le proprie stelle, la propria strada; perchè è già stata segnata, magari, ma non c’è nessuna indicazione che dica come percorrerla, ’sta strada.
Dove sono?
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Hope.