Siam così immobili contro il destino che a volte sembra impossibile combatterlo.
Eppure preferisco pensare di potercela ancora fare: non riesco a concepire una resa così banale.
novembre 19th, 2011 § 0
Siam così immobili contro il destino che a volte sembra impossibile combatterlo.
Eppure preferisco pensare di potercela ancora fare: non riesco a concepire una resa così banale.
gennaio 4th, 2011 § 4
Ah, che bella vita.
Ho maturato un profondo odio per tutte le ragazzette e i ragazzetti che su vari blog e social network del cazzo scrivono frasi come “The Birthday is only a broken condom’s anniversary” e cazzate del genere. Porco cane, che nervi, che rabbia, che… nulla.
Il 2011 è iniziato in malo modo, in un modo proprio brutto, è iniziato con l’apoteosi della depressione e della tristezza e dello star male e dello aver voglia di scomparire. Essì, che palle, non ce la fo più, credetemi. Non ce la fo veramente più! E non mi sto lamentando, oh no, non sto dicendo assolutamente nulla; alla mia condizione sfortunatamente (o fortunatamente?) ci sono abituato, ci ho condiviso un periodo della mia vita lungo tredici anni (a otto anni non mi reputavo così cosciente di quello che mi accadeva intorno, eppur già mi reputavo). Adesso però la vita è estenuante, straziante, soffrente, dolorosa. Essì, cari amici miei, il vostro scrittore preferito è veramente stanco, ma stanco stanco. Mille problemi, millemila problemi, millemilamilioni di problemi, uno sopra l’altro, uno al seguito dell’altro, uno a fianco l’altro, tredicimilacinquecentoquarantatre bilioni di problemi. Eddai, cazzo, non venite a dirmi “devi avere fede”, “tutto accade per un motivo”: tutto accade per sto cazzo, ecco. Sì, per l’apparato genitale che io e voi lettori maschili avete (e non se son molto sicuro).
Dai, basta favole, basta il “ce la faremo”, basta il “ne usciremo sani e salvi”. Che palle! Rredicimilacinquecentroquarantaquattro bilioni di “che palle!”.
È da un paio d’anni a questa parte che mi succede, sempre più spesso, di consolare le persone che dovrebbero consolarmi. Oibò, signori, ditemi, dov’è la mia consolazione? Non son degno forse di esser consolato? Dove sono tutti i predicatori di bene e di speranza, eh? Dove sono? Dove siete, adesso?
Saluti.
settembre 3rd, 2010 § 3
Eccolo qua! Vedi come ritorna a scrivere Finalfire su Hope! Ebbeh, mica era morto!
Mi hanno rubato il mio sax. Il mio sax. Ok, non è una cosa grave, tanto lo si ricompra, quando s’avranno i soldi.
Eh no, cazzo. E’ grave, la cosa, molto molto molto grave. Sono 9 anni che suono e 9 anni che suono con quello strumento. Non suono con altri strumenti, non ne ho mai avuti; magari vogliateci contar la chitarra ma che me ne frega, di quella.
Erano 9 anni che suonavo con quello strumento e 9 anni che andavo in giro per paesi, città e concorsi a suonar questo o quello, a suonar ai concerti e alle feste paesane, a suonar con gli amici e in piazza con altri musicisti; e adesso, mi ritrovo con un pugno di mosche in mano. La colpa? Boh.
Ieri sera son andato a suonare da amici e quindi bon, ci siam divertiti e ho lasciato il mio strumento, come al solito, nel cofano della macchina: “tanto, chi vuoi se lo prenda”. E allora mi son messo a dormire, tornato a casa, e stamane mi son alzato per studiare! Che bravo ragazzo, eh?
Ricevo una chiamata: “oh, ma il sax è a casa?” e io “ehm no, è nella macchina come sempre”. E lì boom. Il botto. Sax rubato, si son presi una busta della spesa (???) e il mio strumento: il mio strumento.
Boh vabbeh, sarò un sentimentale, sarò un cretino, sarò una femminuccia, cazzo me ne frega. Quel sax mi ricordava tanto Claudia, mi ricordava le mie scelte, mi ricordava quello che ho fatto in 9 anni.
Boom. 9 anni buttati nel cesso. Fanculo.
dicembre 13th, 2009 § 2
Zan zan!
Prendo in prestito le parole della cara vecchia Valentina e inizio un post che non so neanche dove finirà. Boh, mi va di scrivere stasera. Il tempo è un inferno qui e io me ne sto rintanato al calduccio vicino al pc a leggere, a guardare stupidi pinguini e ad ascoltare musica incomprensibile ma che mi fa star bene o, almeno, mi fa pensare ad altro, a tutto quello che vorrei pensare e che non riesco mai a raggiungere con la mente.
Tempo d’esami questo. E mi ricordo quando qualcuno mi diceva che questo esame l’avremmo fatto insieme, che mi avrebbe aiutato e che mi avrebbe bacchettato se solo mi fossi azzardato a sbagliare (e si sa, non son molto intelligente). E mi ricordo di tante e tante promesse.
Promesse. Mah, non servono. Sono inutili, fuorvianti. Le promesse non sono altro che pillole di zucchero miste ad amarezza, incentivi per prolungar un sentimento o un rapporto, miscugli di bugie e verità che non fanno altro che nasconderci da quello che non vogliamo sapere, che non fanno altro che sbatterci dentro quello che già sappiamo. Le promesse sono belle, sì. Sono bellissime. Ti fanno felice, specialmente se le ricevi il giorno del tuo compleanno. Ti fanno felice perché ti fermi lì, fai gli occhioni lucidi, ci credi davvero; le prendi in mano, le scarti e le fai tue. In quel momento, in quel fottuto momento ti riproponi di non abbandonar mai quelle promesse, di portarle sempre con te, perché ti fidi di chi te le ha fatte e allora le tieni sempre nel taschino della giacca, lì, dove giace la polvere di fiori morti.
Vivo per far fede alle promesse che i ricordi mi hanno spinto a fare. Sì, sto cazzo. Ero giovane ed inesperto quando verbiavo di passione e speranza. E ora sono ancora qui, sempre giovane ed inesperto, ma senza una marcia in più. Son sempre qui, a stringere i denti, sempre contro tutto e tutti e il mio vecchio amico destino sembra essersi sempre di più affezionato a me, tanto da non lasciarmi mai! Eppure, ne sono sicuro, un giorno dovrà lasciarmi: o morirò io, o morirà lui. E se nessuno dovesse morire, allora farò morire lui. Questo è sicuro.
Promesse. Tante promesse, tante. Mischiate con sentimenti, trite con emozioni. Semplici promesse, grandi parole, di tutto. Tutte in quel grande libro delle promesse.
E da quel libro, proprio da quel libro, in quella rilegatura in pelle vecchio stile, in quei moderni papiri, traccio una stella, una lettera e strappo via due o tre pagine. Il necessario, i contenitori delle tue promesse e con loro strappo via ricordi, emozioni, parole.
E il libro si richiude, in attesa di essere riaperto, in attesa di essere macchiato dall’inchiostro di nuove promesse, di nuove speranze, di nuove emozioni, che presto morirano, diventando polvere da taschino.
dicembre 9th, 2009 § 0
Non c’è nulla di completamente mio a questo mondo, e credo non ci sarà mai nulla.
Staremo a vedere, in realtà, ma credo di conoscere già la realtà.
Oggi ho parlato con una persona che non sentivo da un anno circa e sta male, a quanto ho capito. Spero ritorni a stare bene, spero ritorni io un giorno a star bene.
Non so, non so davvero. Non ho nulla di cui lamentarmi, per carità. Assolutamente nulla. Eppure, i colori mi sfuggono, e sconfinati prati grigi mi riempiono il mondo di malinconia e tristezza.
Quest’anno mi sono comportato male, veramente male. Non rinnego nessuna scelta, nessuno. Ma mi merito tutte le punizioni di questo mondo, semplicemente perché so fronteggiarle. E come ogni volta, vinciamo. Con dolore e sofferenza, vinciamo.
Anzi, no. Vinco.
novembre 4th, 2009 § 0
Razionalità di la e di qua, seh.
Io sono sempre stato razionale, eh. Io sono quello che la razionalità la porta ogni mattina a prendersi un caffé, la porta in spiaggia, se la scopa e poi mangia felice a casa dei suoi. Sono quello che ci va a nozze, ecco.
Eppure, dio santissimo (ops, ho imprecato, dai, punitemi), come cazzo si fa a non capire che tutto quello che vorrei, per una volta, non è la razionalità ma semplicemente un’improvvisata, una sopresa, una magia, un sorriso dal mondo dedicato sempre e solo a me.
No, niente di tutto questo. Per carità, non mi lamento che non “ricevo” nulla, mi lamento che dopo tanto, tanto, tanto, si ha sempre bisogno di me, ma ogni volta non si capisce che quello di cui ho bisogno io non è quello che vivo, ma quello che sogno. E sì, i sogni mandiamoli pure a puttane, tanto c’è la razionalità! Maledetto me che la istigo, la razionalità.
Avrei bisogno di un filo d’aria, da respirare, con cui riempirmi i polmoni e buttarmi dal tetto di quel palazzo alto ventiquattro chilometri e aspettare che qualcuno mi raccolga, laggiù. E si scende, si scende, si precipita. L’aria si fa pesante, morire è ancora più sgradevole quanto bisogna sfondare un muro invisibile. Il mondo si ferma e tutti ti guardano cadere, come un angelo cui le ali son state strappate per farci la frittata con le cipolle. Il palazzo si piega verso di te, perché non può perdersi il tuo spiaccicarti al suolo.
Perché si sa, non ci sarà nessuno a prenderti lì sotto, e a nessuno mai verrebbe in mente di farti una sopresa e presentarsi lì sotto, dicendoti qualcosa del tipo “Sopresa! Ci sono io per te!“.
agosto 18th, 2009 § 0
Al primo rintocco la platea si alzò, un uomo esile e di media statura iniziò a camminare e il vento la musica fece cessare.
Al secondo rintocco il vento salì, un turbine di odio investì la luna che dall’universo scese, portando con se il vecchio e freddo cielo.
Al terzo rintocco il fiore ai piedi dell’uomo sbocciò e di azzurre tinte l’aria nacque e la pioggia di quel freddo mese iniziò a scendere su quella terra.
Al quarto rintocco la carrozza si fermò, la principessa scese e il cielo smise di esistere.
Al quinto rintocco la speranza prese forma, si chinò davanti l’uomo e raccolse il fiore, strappandolo come un bambino strappa le ali ad una libellula, per gioco.
Al sesto rintocco non molto lontano una farfalla sbatté le ali e nell’aureo circondario ogni pianta seccò e gli alberi ritornarono semi.
Al settimo rintocco il monte vicino crollò e dalle viscere di quel terreno oscuri insetti si fecero avanti, diretti verso il mistico luogo.
All’ottavo rintocco non si intravedeva luce ma semplice paura di cacciare via la vita e ritornar alla morte.
Al nono rintocco la musica ritornò a suonare e avide di sentimenti le note cominciarono ad ammaliare i presenti.
Al decimo rintocco l’uomo alzò una mano e si fermò.
All’undicesimo rintocco l’uomo abbassò la mano e sulla sua spalla destra uno scricciolo di colore azzurro si posò.
Al dodicesimo rintocco la folla scomparve e la solitudine prese con se l’uomo e lo portò su di una nuvola: al di sopra il niente, al di sotto il tutto.
Al tredicesimo rintocco la nuvola si mosse e lunghi cirri misti a fantasia corsero per tutto il globo, quasi a stringer in una mossa la poca speranza rimasta, dopo il quinto rintocco.
Al quattordicesimo rintocco le nuvole si dissolsero e l’uomo iniziò a cadere verso la terra.
Al quindicesimo rintocco la terra scomparve e l’universo si fermò: creazione e distruzione, cambiamenti su cambiamenti. Il fermo assoluto del riposo del non dormiente.
Al sedicesimo rintocco le fiamme apparirono tra le stelle e ognuna di essere si smise di brillare.
Al diciassettesimo rintocco il mondo ricomparve, la natura ricomparve, i fiori ricomparvero.
Al diciottesimo rintocco il mondo continuò il suo vivere e la platea ritornò, la musica continuò a suonare e il cielo ascese al suo posto originale.
Al diciannovesimo rintocco la speranza riapparve con ali da fata e il fiore in mano, rivolto verso il Sole.
Al ventesimo rintocco l’uomo portò il braccio in avanti e le dita si rivolsero contro il fiore, cercando di prenderlo…
Cercando di prenderlo.
agosto 4th, 2009 § 2
Uscire di sera con questo tempo è semplicemente straordinario.
Cammini per strada, con compagni al fianco, alzi lo sguardo e ti fermi un attimo; decine e decine di persone ti passano accanto e te guardi su, ammaliato da un pugno di stelle sparse a distanza elevatissima, che ti sembran creare un percorso verso l’infinito, verso il passato, verso qualcosa che potrebbe cambiarti la vita.
Con questo tempo guardi lassù e vedi solo alcune nuvole illuminate candidamente dal chiarore della luna; ti giri, scruti ancora il cielo e tra il blu della notte e il nero del mondo trovi sempre una stella, lassù, che non smette mai di brillare. Ti segue quando vai in giro, ti segue quando sei fermo, ti segue quando dormi, ti segue quando ti svegli e anche se non la vedi, è sempre li, a brillare e a brillare.
Possono esserci miliardi di nuvole nere ma le stelle brillano e non finiranno mai di brillare.
luglio 26th, 2009 § 3
Oggi è domenica, domani sarà lunedì, e dopo sarà martedì, e così via.
I giorni trascorrono e io, sempre di più, perdo il mio animo, il mio entusmiasmo, la mia vita, i miei interessi, i miei progetti, i miei sogni, le mie passioni.
Non voglio finire così, non voglio. E dai, allora, mondo, concedimi qualche attimo di tregua, dammi una strada, lasciami intravedere quello che ci sarà nel mio futuro.
Non ci riesco, non riesco più a programmare niente. Tutto quello che voglio è serenità, gioia, allegria, speranza. Tutte cose che non trovo, che non ottengo, che magari non ho mai cercato. Ma a volte mi domando: se per davvero non le avessi cercate, allora perché ci tengo tanto? Perché? » Dovresti cliccare qui per leggere il resto «
giugno 17th, 2009 § 0
We’ll pray together.
Believe in me.
giugno 1st, 2009 § 6
Non è giusto.
E’ facile, dire che non è giusto. Cos’è giusto? Cosa non è giusto? E’ giusto che il mondo ti tratti così, che non ti trattì così?
Non è giusto. Non dire che non è giusto. Non puoi farci nulla, se non alzarti e vivere, pensando a te.
Per chi sopravvive, non è giusto. Per chi vive non è giusto, ma la speranza non la toglie nessuno.
Nessuno.
dicembre 12th, 2008 § 0
Insorabilmente la pioggia cade, cade, cade.
Su questo mondo la pioggia inesorabilmente cade con quell’inaudita violenza che il cielo regala a questo mondo.
La violenza di lacrime versate inutilmente, senza senso e sensa obiettivo. La violenza di un mondo dove la guerra non può cessare, dove la guerra è combattere giorno per giorno per conquistare la serenità che mai hai trovato, che mai troverai. La violenza di una luna spaccata che come una meteora su questo mondo sta per schiantarsi, sta per uccidere tutti. La violenza di un bambino con il suo falso sorriso, la violenza di un adulto con la sua vera tristezza, la pietà di un ragazzo che non riesce a combattere il proprio destino. La violenza di un essere rinchiuso tra sbarre di nuvole, la violenza di un essere sepolto dalla cenere. » Dovresti cliccare qui per leggere il resto «