novembre 8th, 2009 §
Mi sembra una storia già vista.
E questa storia finisce con il principe che muore. E stavolta, il principe, non vuole morire.
Il principe ha capito che quella strada non può farla, né con il cavallo, né a piedi, né con qualunque mezzo reale o immaginario. Quella strada non è per lui. Ma non per qualcosa, eh. Quella strada è accessibile a tutti, anche a lui, ma non è per lui, perché non la può percorrere. Non può percorrerla perché sa come va a finire il lancio di quei dadi e un bel punto su entrambe le facce uscirà e darà il ben servitò al principe. Stavolta non la si percorre perché quello che si trova alla fine magari neanche esiste o esiste soltanto nel tragitto. Effetto placebo, solo che qui non si tratta di una terapia, ma dalla felicità che deriva dal percorso che si deve fare, che non cura nulla e mai curerà qualcosa.
In effetti, questa volta il principe sa come andrà a finire ma non ha voglia di accettarlo o non ha voglia di capirlo affondo. In ogni caso, il principe andrà a fondo e affonderà con il suo ideale, un’altra volta, come ogni volta.
State a vedere.
settembre 23rd, 2009 §
Un elementare senso di vuoto.
Ora si muore, invece di vivere.
settembre 20th, 2009 §
Se un giorno avessi un figlio, vorrei che imparasse il pianoforte.
Il pianoforte è quello strumento che ha tasti neri e tasti bianchi. E’ come la vita: ci son cose nere, e cose bianche. Le cose nere non finiscono mai e il bianco è sempre li a far da contorno, ma alla fine, in quale colore viviamo di più?
Il nero, come la morte. Il nero è il colore dell’oblio, della dimenticanza, della paura, della delusione, dello sconforto.
Il bianco, come la luce. Il bianco è il colore della serenità, della tranquillità, della fantasia, della leggerezza.
Il misto diviene carne e noi lo viviamo perennemente, ogni giorno della nostra vita.
Eppure, molte volte mi vien da pensare a tutti questi colori e alla loro base nella loro vita. Da una parte il bianco, da una parte in nero, in mezzo l’assoluta trasparenza e concretezza delle sfumature.
E ora ditemi, quale colore dovremmo vivere, per vivere?
settembre 1st, 2009 §
Ok, let’s stop for a moment.
No davvero, ora mi fermo un po’, la smetto e mi prendo una pausa. Piccolissima pausa, qualche nanosecondo, per cercare un po’ di quiete.
agosto 5th, 2009 §
Eh, ancora e ancora.
Sembra che non cambia nulla in questa vita, eh, non cambia nulla. Ho mille deja-vù, uno dopo l’altro e quando ad uno di questi ci credi, finisce come al solito. Oh, ma è una strada a senso unico oramai. Non cambia, non cambierà nulla, non cambierà mai nulla.
E poi arrivano i soliti, i belli, i giganti, a dirmi che “no, non è così”, a dirmi che “allora dovresti esser te e non io” e ancora e ancora io mi comporto come un invertebrato del cazzo.
Dio, si. E’ colpa mia di tutto. Questo è poco ma sicuro. E non ho mai pianto per le mie colpe, semplicemente la spada che mi porto dietro è più pesante di molte altre. E si continua, ancora e ancora, ad immaginar il fiore che, per una cazzo di volta, sta fermo, invece di esser sbattuto qua e la dal vento.
Devo andar prima che il soffitto ceda, non ho voglia di restar schiacciato.
giugno 18th, 2009 §
Dovrei scrivere di tante, tante, tante cose.
Ma sono stanco, voglio solo sparire.
Addormentarmi e sognare.
Uscire e non tornar più.
Perché, dai, l’abbiam capito tutti: alla fine, muore sempre e solo il mio me stesso.
Come sempre.
marzo 25th, 2009 §
Si sorride per qualcosa o per qualcuno, a questo mondo.
Come se il magico mondo del mistero possa spiegare il perché siamo qui, il perché siamo li, il perché non siamo dove vorremmo essere. C’è un tempo dove il destino si ferma e spazza via, senza onore e senza pietà, il pensiero che avevi di voler cambiare il destino.
C’è un tempo nella nostra vita chiamato felicità. C’è un tempo nella nostra vita chiamato dolore. C’è un tempo nella nostra vita che è identificato da qualunque parola tu conosca. Eppure, non esiste un tempo che si riesca a controllare.
Come se le stelle cadessero dal cielo, una ad una; come se il cielo cadesse, e non risparmiasse più nulla.
luglio 3rd, 2008 §
Ritirandomi osservavo il mio cielo stellato, stasera.
Un cielo mai visto prima: pieno di stelle, di magia, di fantasia. Stelle piccole, grandi, visibili, meno visibili, brillanti, spente. Il mio cielo stellato.
Rifletto su quello che sto affrontando, su quello che in questi giorni percorro. Rifletto sempre e solo su quell’idee di serenità, di felicità, di spensieratezza. Eppure, riflettendo, non giungo mai ad una conclusione. Rifletto troppo, e non serve. Proprio no.
Il mio cielo stellato era lì, questa sera. Bellissimo, ripeto. Sullo sfondo buio della mia anima si rifletteva lo splendore delle emozioni che l’Universo mi regala.
Bello, bello, bello, il mio cielo stellato.
Lunedì ho affrontato il mio esame di “maturità” (si fa per dire, mi sento meno maturo di prima). L’ho affrontato in un clima di umanità e non di solite ragioni sociali distorte che la gente ti propina, finendo di scrivere il tuo nome su di una generica lista nera. Ho affrontato il mio esame in perfetta calma, conscio dei miei limiti e conscio del fatto che l’unico mio limite sia il cielo. Ho affrontato il mio esame partendo in quarta, e finendo con il motore bruciato per la troppa velocità. Ho affrontato il mio esame verbiando astrusi concetti, sparlando di quello che “loro” volevano sentirsi dire. Ho affrontato il mio esame sperando che, un giorno, tutto questo mi porti a salire quelle maledette scale.
Lunedì ho affrontato il mio esame di “maturità” e questa sera mi ritiravo con il mio cielo stellato sopra di me, sotto di me, ovunque.
Bello, bello, bello, il mio cielo stellato.
Eppure i pensieri di quel vortice oscuro mi spingono tutt’ora a credere di non riuscire a cambiare; mi spingono tutt’ora a capire che, forse, sto sbagliando tutto; mi spingono tutt’ora a dire “forse non dovrei farlo”. Mi spingono da tempo, ormai, ma ancora non riesco a fermarmi, a fermare i miei occhi prima che si perdano nel mio cielo stellato.
Non riesco neanche più a scrivere, dai, diciamocelo; vedo gente scrivere pagliacciate e venir acclamate; vedo gente scrivere cavolate e venir osannate; vedo gente non scrivere nulla e pregare qualcuno lassù affinché trovino l’ispirazione.
Non riesco a scrivere più come prima e di questo soffro, perchè significa che ho superato il confine e non riesco a ritornar sui miei passi, non riesco a metter un piede dietro l’altro; non riesco, e mi perdo nel mio cielo stellato.
Bello, bello, bello, il mio cielo stellato.
Eppure, credo che dovrei smetter di alzar la testa, sperando.