Oh, le stelle non si cambiano. E lo sappiamo tutti quanti, eh.
Al diavolo le parole di speranza e di saggezza, le stelle quelle sono e quelle rimangono. E no, tu che vieni a dirmi che questa è una corazza, affogati nel cesso, non hai capito nulla e ancor nulla della vita (mia compresa, eh).
Andiamo, su, ragazzi. Ma davvero siamo ancora qui a portar la bandiera della speranza in mano? Su, con forza, gridiamo al mondo quando siamo codardi e impauriti. Perché tutti lo siamo, eh.
C’era ieri che giravo scrutando l’aria prima di suonar e un mucchio di gente mi passa da sotto gli occhi, mi sposto un po’ e l’aria mi viene a mancare perché la feccia la ruba. Oh per carità, non mettetemi al rogo solo perché ho usato la parola “feccia”, tanto è semplice il ricordare che tutti identificano tutti come feccia, ma non si dice perché è brutto e la mammina poi sculaccia tutti; io lo dico e ne porto la voce, al massimo mi sculaccia qualcuno e alla fine se ne esce con il solito “hai ragione”. Era naturale!
La mia feccia son tutte queste persone che girano e rigirano. Non tutti meritano l’appellativo “feccia”, perché di gente in gamba ne esiste e in quest’ultimo anno ne ho conosciuto parecchi, ma parecchi: così tanti che li imbalsamerei e li collezionerei, se avessi manie di onnipotenza. Dicevo che non tutti meritano l’appellativo “feccia”, sì, ma troppe persone lo meritano. E non per qualcosa di grave o di buono, eh. Anch’io, a seconda di qualcuno, potrei esser “feccia”. E me ne rendo conto, accettandolo. Lo accetto perché non ho mai fatto nulla per cambiare il mio “status” e, lo sappiamo entrambi, neanche tu hai fatto qualcosa per cambiare e non lo farai male.
Oggi ero a mare e tra una nuotata e l’altra ho colpito violentemente la testa contro una pietra (si, io non guardo dove vado, spero solo di andar da qualche parte). No, il vostro eroe non muore, però poi mi son sdraiato e ho iniziato a pensare (no commozione cerebrale, non preoccupatevi).
Ho iniziato a pensare a tutto quello che ho scritto in questi ultimi mesi su questo piccolo angolo di rete. Ho iniziato a pensare a tutto quello che ho provato e che sto provando in questi ultimi mesi in questo piccolo angolo di vita. Dovrei darmi un resoconto, perché ne ho bisogno più di qualunque altra cosa. » Dovresti cliccare qui per leggere il resto «
Al primo rintocco la platea si alzò, un uomo esile e di media statura iniziò a camminare e il vento la musica fece cessare.
Al secondo rintocco il vento salì, un turbine di odio investì la luna che dall’universo scese, portando con se il vecchio e freddo cielo.
Al terzo rintocco il fiore ai piedi dell’uomo sbocciò e di azzurre tinte l’aria nacque e la pioggia di quel freddo mese iniziò a scendere su quella terra.
Al quarto rintocco la carrozza si fermò, la principessa scese e il cielo smise di esistere.
Al quinto rintocco la speranza prese forma, si chinò davanti l’uomo e raccolse il fiore, strappandolo come un bambino strappa le ali ad una libellula, per gioco.
Al sesto rintocco non molto lontano una farfalla sbatté le ali e nell’aureo circondario ogni pianta seccò e gli alberi ritornarono semi.
Al settimo rintocco il monte vicino crollò e dalle viscere di quel terreno oscuri insetti si fecero avanti, diretti verso il mistico luogo.
All’ottavo rintocco non si intravedeva luce ma semplice paura di cacciare via la vita e ritornar alla morte.
Al nono rintocco la musica ritornò a suonare e avide di sentimenti le note cominciarono ad ammaliare i presenti.
Al decimo rintocco l’uomo alzò una mano e si fermò.
All’undicesimo rintocco l’uomo abbassò la mano e sulla sua spalla destra uno scricciolo di colore azzurro si posò.
Al dodicesimo rintocco la folla scomparve e la solitudine prese con se l’uomo e lo portò su di una nuvola: al di sopra il niente, al di sotto il tutto.
Al tredicesimo rintocco la nuvola si mosse e lunghi cirri misti a fantasia corsero per tutto il globo, quasi a stringer in una mossa la poca speranza rimasta, dopo il quinto rintocco.
Al quattordicesimo rintocco le nuvole si dissolsero e l’uomo iniziò a cadere verso la terra.
Al quindicesimo rintocco la terra scomparve e l’universo si fermò: creazione e distruzione, cambiamenti su cambiamenti. Il fermo assoluto del riposo del non dormiente.
Al sedicesimo rintocco le fiamme apparirono tra le stelle e ognuna di essere si smise di brillare.
Al diciassettesimo rintocco il mondo ricomparve, la natura ricomparve, i fiori ricomparvero.
Al diciottesimo rintocco il mondo continuò il suo vivere e la platea ritornò, la musica continuò a suonare e il cielo ascese al suo posto originale.
Al diciannovesimo rintocco la speranza riapparve con ali da fata e il fiore in mano, rivolto verso il Sole.
Al ventesimo rintocco l’uomo portò il braccio in avanti e le dita si rivolsero contro il fiore, cercando di prenderlo…
Voliamo, da qui all’eternità, sulla scia delle stelle che galassia non abitano e universo non hanno.
Dall’essenza della purezza il suono cresce, il suono dimora, il suono si crea e nel vortice di un coito d’emozioni il pubblico si alza per render omaggio allo splendore del Sole.
Siamo qui e siamo li, non siamo mai stati da nessuna parte, non siamo mai stati in nessun luogo.
Siamo qui e siamo li, siamo ovunque e comunque.
Non è un’autocommiserazione, la precedente. Io le odio, le autocommiserazioni. Ma a volte, io so di essere idiota. Dico “a volte” perché non sempre mi accorgo di fare cose idiote. Il bello, però, è che stavolta me ne sono accorto e alla fine ho capito semplicemente che non c’è stato niente di idiota. Tutto quello che c’è stato e che ci sarà non è per nulla idiota, per nulla.
Questa è una strada senza fine: sai il perché? Perché non voglio che ci sia una fine.
Sembra che non cambia nulla in questa vita, eh, non cambia nulla. Ho mille deja-vù, uno dopo l’altro e quando ad uno di questi ci credi, finisce come al solito. Oh, ma è una strada a senso unico oramai. Non cambia, non cambierà nulla, non cambierà mai nulla.
E poi arrivano i soliti, i belli, i giganti, a dirmi che “no, non è così”, a dirmi che “allora dovresti esser te e non io” e ancora e ancora io mi comporto come un invertebrato del cazzo.
Dio, si. E’ colpa mia di tutto. Questo è poco ma sicuro. E non ho mai pianto per le mie colpe, semplicemente la spada che mi porto dietro è più pesante di molte altre. E si continua, ancora e ancora, ad immaginar il fiore che, per una cazzo di volta, sta fermo, invece di esser sbattuto qua e la dal vento.
Devo andar prima che il soffitto ceda, non ho voglia di restar schiacciato.