Il sole è alto nel cielo e le nuvole son sempre li a fargli da contorno.
Oh, bello tutto questo. Un sole così cocente, passionale, eccitante. Un’estate da non dimenticare e un’estate da scordare e continuare a portar avanti fino alla morte. Sono le 15.14 e come al solito mi metto a scrivere un nuovo post-it e lo lascio sul solito mucchio, mentre aspetto che una folata di vento prenda e se lo porta.
Dalla mia finestra si intravede un monte in lontananza e in primo piano un albero di mandarino mi porge le sue foglie verdastre e lucenti. C’è una gentile brezza che sembra tessere l’aria come fosse una seta pregiata; un raggio di luce si fa spazio tra le imposte e mi colpisce gli occhi e mi impedisce di scrivere qui, ora, come sempre.
C’è un ostacolo e non riesco a superarlo. Miliardi di pensieri si aggrovigliano a me e sembran quasi intenzionati a non lasciarmi mai. Si combatte, come sempre.
Si va avanti nella luce e nell’oscurità, ci si alza la mattina e si prega per andar a dormire la sera; magari non si prega, ma si ha l’intenzione di farlo verso il destino. C’è una flebile speranza li, nascosta tra la natura; una speranza che flebilmente sparirà, anch’essa, verso l’oblio del cinismo, della cattiveria, della delusione.
Eppure scavo e riscavo, mi faccio spazio fra il fogliame e l’unica cosa che cerco è una pianta, un animale, qualcosa che mi faccia dimenticare tutto e mi faccia rilassare. Magari un tartufo, magari un procione, magari una rosa, magari un orso.
Qualcosa. Qualunque cosa.