(post post-datato e anche in ritardo. sono ancora più incorreggibile dell’ultimo anno)
Tre anni di Hope.
Tre anni per il mio piccolo mostro. Tre anni di gioie e dolori, tre anni di qualcosa che non so spiegare, neanche attraverso tutto questo.
Questi tre anni sono stati indimenticabili ed effimeri allo stesso tempo. Un misto di parole, emozioni e sentimenti mi hanno accompagnato e direttamente hanno trasportato questo blog prima alla deriva, poi al culmine, poi alla deriva, poi ancora al culmine. Banalmente, dalle stelle alle stalle, direbbe qualcuno. Ma non ci giurerei.
Tre anni di Hope significano “speranza”. Tre anni di Hope significano che nessuno può, ha potuto e potrà togliermi la speranza di sperare che la speranza esista, da qualche parte, in questo stupido mondo.
Tre anni di Hope hanno significato dare la speranza a qualcuno, accendere un sorriso sulle labbra di qualche persona, tifare per la squadra che in casa non vince una partita da secoli.
Tre anni di Hope, semplicemente, hanno smesso di rendere questo mondo meno speciale di quanto era ma diverso dal normale e normalmente banale per la diversità.
Tre anni di Hope significano raccontare quello che in tre anni è avvenuto e quello che potrà avvenire dopo tre, sei, nove anni. E oltre.
La fine delle superiori
Come i lettori sanno, nel Giugno 2008, Francesco finisce le superiori; come le finisce, beh, lo sapete. Non gliene importa più di tanto, è riuscito a fare in dieci giorni quello che molte persone non sono riuscite a fare in tre anni. Nella mente del nostro eroe quelle persone che l’hanno accompagnato per tre anni non scompariranno e parole non servirebbero a descrivere quello che si prova finendo qualcosa che, nel bene e nel male, ha segnato la vita di qualcuno.
L’estate
Magari l’ultima estate veramente “libera” di un adolescente normale; l’estate prima dell’università, l’estate dopo la maturità (che poi, oibò, lo san tutti che la maturità è un concetto inventato dalle scimmie per far credere agli umani di esser intelligenti).
L’università
Sciettico sulla società e sull’integrazione, l’università mi ha fatto ricredere su molte cose. Posso affermare che il sapere è interessante, se verte su quello che si vuole sapere. E’ un’affermazione banale e senza costrutto logico, ma spesso sottovalutata dai più.
Tutt’ora vivo la mia università: a volte con ansia, a volte con paura, a volte con superbia. Vivo un’istituzione che non so dove mi porterà, la vivo con l’attesa di incontrare qualcosa che mi elevi o mi sotterri definitivamente. Quel qualcosa, sono sicuro, esiste da qualche parte.
Il piccolo mostro
Ho sempre sostenuto che il mio blog sia una parte integrante di me stesso. Magari poche persone lo leggono per davvero, magari nessuno lo legge per davvero. Eppure, continuo a sostenere quello che sostengo da tempo: Hope è la proiezione della mia empatia nel mondo delle parole.
Come ben sapete, odio l’empatia. Eppure, a volte, mi ricredo su questa capacità, che ha fatto nascere questo blog.
Alla fine, nulla nasce per niente. E se quel giorno di tre anni fa ho deciso di scrivere, un motivo ci sarà, nah?
Hope continua a vivere. E voi?
“Nulla nasce per niente.”
Su questa ci devo riflettere.
In termini di ecosistema è più che giusto. Ma ormai lo sviluppo tecnico ha fatto in modo che si possa sopravvivere (e anche meglio) senza una zanzara. L’agire umano ha relativizzato l’alternarsi sistematico delle stagioni, un alternarsi che conferiva alla nostra realtà non solo l’essenza di un divenire ciclico, ma anche quella della costante, la costante che perdura nei secoli dei secoli amen. Niente di più devastante. Questa relativizzazione ha mandato in frantumi millenni di costruzioni mitologiche e, addirittura filosofiche. Un passaggio necessario, in fin dei conti: dalla mitologia alla filosofia, dalla filosofia alla scienza. Ma fino a che punto è possibile abbracciare questa tua concezione finalistica e fatalistica del “nascere con uno scopo” (a meno che qualcuno non mi venga a dire che l’affermazione del negativo differisce dall’affermazione del positivo. A questa obiezione rispondo che non è questo il caso, che non sono qui per nessun tipo di speculazione filosofica e che le mie riflessioni mirano a fare ordine nel mio cervello nella speranza, spesso utopica, di pervenire a soluzioni concrete. Inoltre, postuliamo ancora una volta il principio di non contraddizione. A=A, per quanto la filosofia Vedanta voglia imporci il velo delle illusioni. Bla, bla,…)? E fino a che punto è possibile dissociarsi da essa? Due domande antinomiche e ancora una volta non si va da nessuna parte. A meno che come al solito si circoscriva e si definiscano ambiti fra loro diversi entro i quali problemi diversi presanto processi risolutivi e soluzioni diverse. Ma le soluzioni alla Gorgia (“Niente è. Se anche fosse, sarebbe incomprensibile. E se anche fosse comprensibile, sarebbe indicibile.”) sono improponibili e condurrebbero solo a una paralisi dell’evoluzione scientifica. Perciò, mi vedo costretta a trovare una soluzione ora e in questa sede.
“Nulla nasce per niente.”
Propongo una riformulazione della proposizione, prima che mi mandi direttamente al manicomio.
“Tutti hanno la possibilità di nascere per qualcosa.”
Il termine possibilità non solo demolisce la presenza gravosa di un fato sovrano e manipolatore di vite, ma umanizza l’individuo dotandolo di attribuiti e di capacità paragonabili a quelle umanistico-rinascimentali, eleva il ruolo dell’attività e della volontà umane (contro ogni misticismo retrogrado e puramente meditativo) e, infine, ci prospetta tutti in una visione più scientifica dell’etica quotidiana, in quanto ogni azione sortisce conseguenzialmente e meccanicisticamente una reazione, che altera e modifica l’assetto vitale proprio e altrui.
Non rileggo nemmeno quanto scritto nel timore di cestinare.
Riformulazione errata, perché non tutti nascono per niente.
E non parlo di esseri umani, animali, o piante. Parlo di ogni organismo di questo stupido mosto, di questo stupido universo.
Tutti hanno la possibilità di nascere, stop. Quel “per qualcosa” è ancora fermo nella stazione ad aspettare il treno che lo porti a destinazione. Destinazione ignota, inerziale è il desiderio di muoversi.
E se allora tale costrutto mi trovo di fronte ogni volta che ci penso, come posso pensare e accettare che tutti hanno la possibilità di nascere per qualcosa?
a volte si sottovaluta l’inconveniente dell’ essere nati