Come molti di voi sapete, io abito in campagna, in un paesino sperduto della Calabria.
Sin da piccolo, passavo molte ore della mia quotidianità “fuori”. Si, fuori di casa. Tra pozzanghere, fango, erba e alberi mi destreggiavo e inventavo nuove cose da fare. Come tutti i bambini, in poche parole, ma io lo facevo fuori e non dentro, davanti qualche televisione (che poi non la condanno affatto, come fanno tutte gli ipocriti che vediamo tutt’oggi, proprio in tv).
Ricordo ancora che in giorni come questi, tanti anni fa, l’erba odorava di bagnato e l’aria consisteva in un umidità che ti schiacciava con una forza immane. Eppure, fuori era bello e dentro era brutto.
In modo infantile ricordo quelle sensazioni e in modo infantile tutt’ora le assaporo, di nuovo.
In questi giorni alcuni problemi stanno invadendo il mio castello e le difese sembran più intente a dormire che a combattere. Oggi, d’istinto, prendo un cappottone ed esco fuori.
Inizio a camminare, prima per la strada provinciale, poi per strade sterrate, poi per terre che tutto sembravan tranne che strade. Inizio a camminare e assaporo quel freddo pungente che alberga il mio paese in questi giorni. Inizio a camminare e dimentico quasi tutto, sto bene. Muoio di freddo, ho le mani che scoppiano, ma sto bene. E’ rilassante tutto questo e voglio rifarlo ogni qual volta ne abbia la possibilità.
E’ rilassante. Proprio per non essermi mai rilassato, sono finito a tutto questo.
Devo ringraziare me stesso, per esserci finito. Sarebbe ingiusto e fasullo dare la colpa a qualcun altro. Anche perchè chi sa di avere colpa è sparito ancor prima di esser dichiarato colpevole.