Anoressia

maggio 30th, 2008 § 21

“Ciao, ti piace saltare, a quanto vedo!”

Mi ricordo che così conobbi Alice.
Le piaceva fare skate. Non avevo mai visto ragazze fare skate in vita mia ma quel giorno mi si prospettava qualcosa di diverso.
Ero solito andar in quel minuscolo parco a correre con la mia tavola; più che correre, diciamo anche che strisciavo per terra con il mio fondoschiena la maggior parte del tempo!
Quel parco sembrava un set di un film, per quanto era curato: stradine in cemento liscio, nessun segno di rottura o crepe; ai lati folti cespugli le costeggiavano. Una distesa di verde e di allegria così bella da sembrar fasulla.

Mi ricordo che vidi una ragazza saltare una piccola panchina in legno e a quel salto rimasi li, incantato, a domandarmi “chissà se un giorno ci riuscirò anch’io”.
Ad un tratto un tocco mi disincantò e sentii dirmi “Hey, cos’hai da fissare?”
Presi fuoco, timido com’ero e balbettando risposi con voce flebile “O-oh, scusa! Guardavo il tuo ollie. Sei molto brava, complimenti!”.
Credo che questa frase portò un secondo di gioia nel cuore di quella ragazza che subito riprese: “Oh, grazie! Ma sai, non è nulla di eccezionale! Comunque piacere, mi chiamo Alice. Te?”
Con una sfrontatezza quasi carina mi portò la mano vicino al petto aspettando la mia, in segno di conoscenza; non me lo feci ripetere due volte, in verità, e subito le diedi la mano, verbiando “Piacere mio! Io sono Francesco”.

Mi ricordo di Alice, la mia amica appassionata di skateboard. Aveva lunghi capelli castani, ricordo di andarne pazzo: ogni volta glieli toccavo e a mò di coiffeur scherzavo su nuovi tagli e acconciature.
Aveva un corpo normale, ne grassa ne magra ma credo avesse qualcosa che non gli piacesse; era un pochino più bassa di me, qualche centimetro forse. Indossava sempre jeans e magliette con scarpe street di qualunque colore: non le interessavano gli abbinamenti, diceva sempre.
“Abbinare i colori? Perché, la casualità è bandita da questo mondo?”.
Eh si, aveva un modo tutto suo di vivere la vita. Scuola, skate, amici, una vita normale e allo stesso tempo speciale.

Una vita normale, speciale. E forse, troppo vuota.

Mi ricordo delle nostre lunghe chiacchierate e dei suoi occhi vuoti e, a volte, delle sue frasi senza senso.
“”ra’, sai? Vedi quella foglia che cade dal ciliegio? E’ così leggera, svolazza nell’aria e sembra non arrivar mai alla fine. Sai, anch’io vorrei esser così”.
Alice aveva un problema, un unico problema che a volte la rendeva triste, confusa e spaventata. Aveva paura di non piacere agli altri, fisicamente. Aveva paura della convinzione sociale, dell’esser “in questo modo per esser accettata, in quel modo per esser tagliata fuori”. Si, aveva un odio profondo verso l’esser tagliata fuori: voleva bene a tutti i suoi conoscenti, amici e non; provava subito simpatia per gli altri e faceva di tutto per esser più altruista possibile.

Eppure, qualcosa le stava divorando lentamente l’anima, qualcosa si stava accasando dentro di lei per sposare il suo cuore.

Mi ricordo dei nostri incontri frequenti e divertenti. Una volta mi invitò a mangiar da lei: un semplice pranzo tra amici. Non riesco a non sorridere ripensando al mio viso tutto rosso mentre mangiavamo io, lei e i suoi genitori. Avevo paura che mi giudicassero male, avevo paura che magari potevan etichettarmi come il ladro della loro figlia, avevo paura che trovassero in me lati che neanche io conoscevo.
Ma in verità, non posso far a meno di ricordare quei sorrisi e quelle risate che contornavano l’imbandito tavolo.

Mi ricordo che dopo i pranzi, dopo le cene, dopo ogni alimento ingurgitato vedevo Alice correre in bagno e restar li chiusa per molti minuti. Un sacco di minuti. Ogni volta mi preoccupavo ma lei, con voce flebile e dolce come una bambina mi diceva “voglio lavarmi i denti e le mani! Sono una patita dell’igiene” e restava li, ancora per molti minuti.
La vedevo uscire, poi, con occhi lucidi e occhiaie evidenti, come se non si addormentasse da decenni.
La vedevo uscire e il suo volto mi sembrava solcato da un male indescrivibile, mi sembrava stanca e giù di morale, mi sembrava triste e con uno sguardo spento.

Mi ricordo di quella mattina. “Ti prego, non riesco ad alzarmi… Aiutami.
L’anoressia aveva consumato quella piccola fatina, così indifesa e così vogliosa di apparir “bella”.
L’anoressia aveva consumato quel piccolo angelo incatenandola ad un letto, senza forze, debole e incapace di fronte quella realtà.

“Un’ambulanza in via Palmeri numero… Vi prego…”

Mi ricordo quella fredda stanza di ospedale. Buia, vuota, nessuno li a cercare, a provare, a far finta di starle vicino. L’imbarazzo e la fredezza di tutti creavano un alone cupo e nero che la stanza inghiottiva e portava in un mondo tutto suo, fatto di dimenticanza e di solitudine.
Ricordi i miei sforzi nel crear quella luce che potesse accompagnarla, che potesse prenderla per mano e portarla per le vie del mondo, che potesse risollevarla e farle capire che è tutta colpa delle maschere della società e non sua, che potesse farla danzare sulle nuvole della vita che con la pioggia avrebbe ricevuto la giusta cura.

Mi ricordo quel gesto estremo, in una notte che maledettamente mi ha rubato Alice, in una notte che maledettamente mi ha tratto in inganno facendomi dormire. Ricordo che la tenni per mano, dalla mattina fino alla sera: una mano flebile, senza anima e senza cuore; una mano vuota che dal mio calore veniva protetta. Ricordo la mattina, le lacrime, le urla, il silenzio. Ricordo la fredezza di quella mano, non più sotto la mia, abbandonata al suo destino. Ricordo quel suo gesto, ricordo quel suo istinto, ricordo qualcosa che non ho visto e che sempre rimpiangerò di non aver potuto fermare.

“Fra’, sai? Vedi quella foglia che cade dal ciliegio? E’ così leggera, svolazza nell’aria e sembra non arrivar mai alla fine. Sai, anch’io vorrei esser così”.

Il senso l’avevo capito. Tardi, ma l’avevo capito. E tutt’oggi non condivido le sue parole, per quanto esse siano state mie compagne.
Non si può e non si deve somigliare alle foglie che leggere svolazzano cadendo dagli alberi.
In un fatale attimo, quelle foglie toccheranno il terreno. E li, verranno spazzate via dal tempo, perché troppo leggere per resistere.

Attenzione: i nomi e le situazioni di questo testo sono puramente casuali e di fantasia. Con questo post ho voluto toccare un argomento che molti dimenticano e che molti eludono per la paura di capirlo a fondo: l’anoressia. Non ho mai avuto vicino persone anoressiche. Sinceramente, non so che farei avendole vicine. Ma, sicuramente, credo che non sentirei il desiderio di lasciarle sole.
Perché l’anoressia esiste e si insidia nelle paure delle persone.
Ma noi, tutti, possiamo far in mondo che questo demone abbia paura delle nostre stesse paure, e che non ci attacchi. Mai.

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Cos'e' tutto questo?

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