gennaio 27th, 2008 §
Sono le ventitre e undici minuti. Mi sembra di percorrere la falsariga di qualche anno fa, scrivendo post chilometrici e con un senso, anche se molto ma molto difficile da cogliere.
Mi sembra di percorrer quella falsariga si ma, da quanto riesco a cogliere, credo di non percorrere nulla.
Me ne rimango immobile qui. La mia scrivania è popolata da foglietti vari, da appunti, da stupide coordinate, da penne e matite, da webcam e microfoni, da hard-disk e da macchine fotografiche. Se alzo lo sguardo vedo uno scanner, una bottiglia d’acqua quasi vuota, un paio di cd e box di mmorpg vari. Abbassando lo sguardo invece, vedo troneggiare due case, uno nero e uno grigio, con affianco una scatola di scarpe con cd, lettere e cavolate varie. Il tutto, con un pizzico di desolazione in più.
Ventitre e quindici minuti. Ho usato circa cinque minuti per scrivere le righe di sopra e, ora che ci penso, sono stati cinque minuti di vuoto. Ho scritto, si, ho scritto qualche riga ma, con quale senso?
Un altro minuto scatta. Come potete ben vedere, il tema sta cambiando gradualmente colore. Non chiedetemi perchè, forse quel tema è rimasto per troppo tempo vivo: credo sia giunto il tempo di morire anche per lui, per dire.
Qui di fronte, oltre al mio monitor, vedo anche una tazza: dovrebbe esserci del latte si, ma credo di averlo finito inconsciamente prima leggendo qui e la delle cavolate; è una di quelle tazze larghe, col manico largo e lisco: Daffy Duck è stilizzato sul fronte. Ride, il nero papero e, non capisco proprio cosa lo faccia così rallegrare. Magari ride della mia vita, il papero.
Magari credo sia utile fare un degno riassunto, per tutti coloro che mi han visto cambiare in questi mesi. Sono diventato un Web Designer e un Web Developer citrullo, alla fine: lavoro per un’azienda, mi occupo di progetti freelance e non disdegno lavoretti in proprio; Suono ancora il sax. Si, suono ancora nella solita banda, ma ho iniziato a sfruttar la mia passione su altri idilli, come il registrare pezzi con gli amici, per esempio; Frequento ancora la solita scuola: ultimo anno questo e poi via, sperando che l’università mi dia lo stimolo giusto; Non frequento le persone di prima o, le frequento di strappo; Rimango lo stesso idiota di sempre, con lo stesso falso buon umore di sempre (e sono due).
Sono le ventitre e ventitre. Mi ha tratto in inganno quest’ora, pensavo fosse palindroma quando, invece, non lo è.
Ho stilato un piccolo resoconto della mia corrente vita. Non so cosa succederà in futuro, poichè non so cosa abbia in serbo il mio amico destino. Ora, non mi resta che continuare a tormentare la mia piccola esistenza con le solite e precise domande, come sempre. Ormai, credo che qualcuno di voi mi conosca attraverso le parole che scrivo e che verbio, quindi è molto facile capire quello che ora cercherò di fare. Ma, ne sono sicuro, non ci riuscirò.
Il titolo di questo blog, Hope, rimarrà come sempre anche se di speranza non ne è mai esistita l’ombra, non ne esiste ora e mai ne esistirà; sono sicuro almeno di questo.
E’ scattato un altro minuto. Buona notte, ragazzi.
gennaio 27th, 2008 §
Nah, credo non sia possibile continuare cosi’.
Mi risulta troppo difficile, ora come ora, continuare a viaggiare con quello stesso treno, con quella stessa rotta, con quello stesso falso buon umore di sempre.
Credo di dover dire finalmente “basta, è giunto il momento di lasciarmi indietro tutto questo”. Credo di doverlo dire, si. Credo che dovrei dirlo soprattutto per me stesso ma, da qualunque parti mi giri, non trovo nessun appiglio dove aggrapparmi e sentirmi dire “dai che ce la fai”.
Si, per la prima volta, vorrei un appiglio dal quale partire. Non ho il potere di spingermi senza l’aiuto di qualcosa, altrimenti l’avrei gia’ fatto, me ne rendo conto.
Quindi, vorrei smetterla e vorrei abbracciar il vero, almeno questa volta.
gennaio 25th, 2008 §
Da un anno a questa parte, faccio il Web Designer/Developer a tempo pieno (scuola permettendo, s’intende).
Oggi, per esempio, mi so fatto 2 ore di viaggio (2 andata, 2 ritorno, sisi) per andar a consegnare una web application, con la raccolta Montecarlo Nights nello lettore della macchina.
Anyway, con tutto che la mia testa era fusa dal troppo jazz, consegno il tutto e passo una giornata li quasi “a non far nulla” (ho detto quasi, eh).
Pero’ poi mi domando: perchè, fermi a far rifornimento, la prima stazione radio che trovo suona quella canzone?
Non so spiegarmelo, vi giuro.
gennaio 23rd, 2008 §
L’unico lavoro full time che hai te è quello di riempirmi gli ultimi angoli di cuore che mi sono rimasti.
Alla Jennifer. Chi crede che l’abbia detta io si guadagna 10 euro.
Peccato che io non sono capace di dirle, certe cose.
gennaio 22nd, 2008 §
Non capisco perchè non riesco a distinguere più i colori.
Non capisco per quale arcano motivo non riesco a vedere ad un palmo dal naso.
Non capisco perchè non riesco a continuare o a spezzare quel maledetto respiro.
Non capisco il motivo della mia assenza.
Non capisco il motivo della tua assenza.
Non capisco il gesto estremo che il mondo vuole compiere nei miei confronti.
Non capisco perchè il mondo vorrebbe compiere qualcosa nei miei confronti.
Non capisco quel sorriso, ma capisco perfettamente quella tristezza.
Non capisco quei gesti, ma dannatamente capisco quel vuoto.
Non capisco la melodia che ti accompagna.
Non capisco il tuo vagare per le costellazioni.
Non capisco il tuo verbiar di immani bellezze.
Non capisco tutto questo.
E’ arrivato il momento di coronare questa fine indegna: fatti avanti.
gennaio 21st, 2008 §
Certe volte mi domando se io abbia un po’ di forza. Ma non fisicamente, eh: l’ho usata una volta e non voglio piu’ farlo, in un certo senso provo dispiacere anch’io (per quanto recondito esso possa essere).
In ogni caso, mi domando se io abbia un po’ di forza per spezzare quel respiro, per superare quelle barriere: mi ricordo della fortezza inespugnabile, che ancora tutt’oggi troneggia sul colle dei miei sogni; inespugnabile si, ma basterebbe un salto, una catapulta, una mongolfiera, un colpo di cannone per conquistarla e finalmente, almeno per una volta nella vita, sorridere.
Eppure, la forza sulla quale mi interrogo non esiste o, per meglio dire, esiste ma è irragiungibile.
E, sulla base di questi fatti, che mi arrendo e resto a vivere questo continum: tanto, un giorno avrò la forza di poter conquistare quella forza e, finalmente, di sorridere.
Yeah.
gennaio 20th, 2008 §
Ho imparato che la Scienza delle Finanze è nata per offrire dei servizi pubblici, dato che noi stupidi cittadini abbiamo delle esigenze collettive (si, i bagni pubblici).
Ho imparato che i servizi pubblici sono tutte quelle attività che lo stato (si, sempre lettera minuscola, sono iNiorante) o gli enti pubblici forniscono alla collettività.
Ho imparato che i servizi pubblici si dividono in generali/indivisibili (quelli essenziali, per dire, come urinare in mezzo ad un prato con dinanzi un cartello che recita “non dar da bere ai germogli”), speciali/divisibili (lo richiedi e si, paghi, come tutto d’altronde) e misti/di merito (che non te li meriti affatto, eh).
Ho imparato anche che i servizi pubblici sono delle spese per qualcuno (mi sembrava strano non lo fossero, ecco) e che vengono pagati tramite imposte, tasse e contributi (più un uccisione al giorni per cinque giorni, poi aumentare la dose a due uccisioni al giorno per dieci giorni).
Ho imparato, poi, che questa bellissima Scienza delle Finanze si collega a scienze come la Politica, l’Economia Privata, la Politica Economica e il Diritto; non dimenticatevi della Sociologia e della Statistica, poi!
Ho imparato che ques’ultime sono un’accozaglia di scienze che, alla fine, han tutte lo stesso scopo: conseguire un fottuto utile.
Ho imparato che, forse, queste cose mi serviranno un giorno o forse no. Immagino, comunque, un colloquio del genere:
Tizio: mi dica, di cosa si occupa la Scienza delle Finanze?
Io: se guarda sul mio blog indietro di qualche anno, lo vedrà da se.
Tizio: … le faremo sapere, grazie.
Sono d’accordo su di un punto, comunque: io godo nel conseguire un utile. Sisi, sono un materialista del cavolo. Il problema, è che me ne vanto.
gennaio 20th, 2008 §
A volte provo un’immensa pena per coloro che mi dicono di “toccar le stelle”:
Tizio: sai ho toccato le stelle quando lei mi ha abbracciato
Io: tanto valeva che ne prendevi un paio e me le davi: credo fruttino un mucchio di soldi
Non per qualcosa, eh, ma proprio non riesco a capire come si possan toccare le stelle. Suvvia, siamo realisti: magari fantasticamente si arriva anche a toccar le stelle grazie a qualche empirico sentimento come l’amore o l’amicizia ma, quando tutto finisce, che si fa? Si resta aggrappati alle stelle?
Ora comprendo il misterioso perchè non ci siano piu’ stelle in cielo ma ne splenda soltanto una: si vede che nessuno ha avuto l’onore di aggrapparsi ad essa.
gennaio 19th, 2008 §
Un misero respiro mi riporta ai tempi nefasti dell’esser luce incontrastata nelle tenebre.
Un misero respiro mi porta indietro nel tempo, fino all’epilogo del prologo dell’inizio della fine.
Un misero respiro è quello che mi riempie e che mi trafigge, portandosi via una parte di me e regalandomi sogni mai immaginati.
Un misero respiro è quello che mi strattona per le vie di questo destino, mantenendomi sulla linea di confine tra il bene e il male, tra il nulla e il tutto, tra l’essere e il non essere, tra l’amore e l’odio.
Un misero respiro si innalza nell’infinito, colorando di rosso gli astri e di bianco l’universo.
Un misero respiro mi blocca, soltanto un misero respiro.
E ti dirò, sono stanco di respirare.
gennaio 17th, 2008 §
Esistono momenti dove quello che hai pensato fino ad ora, quello che hai sognato e quello che hai vissuto non serve. Sono in momenti come questi che ti senti veramente inferiore. E non intellettualmente o fisicamente, ma ti senti inferiore in senso assoluto: non puoi nulla contro il fato ne contro quello che ti sia stato destinato alla nascita.
Non parlo di simil cazzate filosofiche, di dibattiti leggendari e di costruzioni con mattoncini di idee. Parlo di realtà nuda e cruda: quella realtà che non conosci, che non hai mai vissuto ma di cui hai sempre avuto una fottuta paura, condizionata dall’abbandonare gli altri. Non dovresti fregartene, ti ripeti in continuazione, ma comunque pensi e ripensi a cosa potresti lasciarti dietro e a cosa non vedresti, smettendo di percorrere la tua strada.
Eppure, con tutte le tue forze ti impegni a credere che non succederà nulla, ti impegni a credere che il pessimismo, che l’ottimismo e che il realismo siano un mucchio di cazzate. Provi a tener duro, a stringere i denti, ma l’ansia ti ripercuote come un manichino senza vita e inizi a sentirti male: inizi a perder fiducia nelle tue idee, inizi a dimenticarti del mondo circostante e a rinchiuderti in una sfera di sangue, inizi a girovagare in lungo e in largo, sempre e comunque nel dominio di quello stesso piccolo punto.
Ti illudi di viaggiare, quando sei fermo a pensare al pensiero che ogni misero pensiero sia di intralcio al tuo cammino. Pensi, pensi, pensi.
E ti rendi conto di quanto siano fortunati quelli che non hanno mai pensato anche se poi, non sono sopravvisuti.
gennaio 6th, 2008 §
Uhm.
Qualcuno mi disse, qualche tempo fa, una frase del genere: “sei versatile, sai? fai di tutto e lo fai meticolosamente e con precisione; come fai a mantenerti in equilibrio?”
A parte che non ho mai pensato di esser paragonato ad un coltellino svizzero, con mera semplicità ho risposto: “non saprei, guarda. forse, perche’ di tutto quello che mi sta intorno mi interessa soltanto la minima parte, quella che conta di piu’: me stesso”
Magari ho sbagliato a rispondere, magari sono stato etichettato come uno sbruffone, magari tutti gli altri muoiono dolorosamente e lentamente di invidia ma anche oggi, come tutti i giorni, ho dimostrato di aver un equilibrio con un perfetto epicentro.
E da quell’epicentro partono le peggiori onde che vi uccidono, che vi calpestano e che vi distruggono, semplicemente verbiando: “Magari io sono qualcosa in più, ma voi di certo non siete qualcosa”.
gennaio 1st, 2008 §
Dovrei scrivere cazzate del tipo “buon anno a tutti voi”, “speriamo sia un anno migliore per tutti”, “basta guerre, vogliamo la pace” o “magari muore il cane ma almeno restate vivi voi” e cose così.
Ma, sinceramente non le dico. Tanto, sono sicuro che sarà un altro solito anno. Inutile sforzarci con i buon propositi, nessuno di essi arriverà alla fine.
Buona, normale, continuazione.