L’intermezzo mi guida, nel portar gioia e dolore nei cuori di chi ascolta senza pregiudizi e senza perdite, senza sentimenti ne passioni, senza speranze ne virtu’, senza vita e senza morte.
L’aria mia accompagnatrice mi porta in ogni luogo, in ogni essere, in ogni angolo, in ogni mente a manipolar e stritolare oggetti e melodie, trasportando i resti nelle catacombe dei non morti, che aspettano da secoli la fatale simil-resurrezione.
L’intermezzo mi da la forza di continuare e mi da la forza di rispondere alle provocazioni. L’intermezzo mi permette di elevarmi e di distaccarmi da questa terra, fonte di immensa gioia e immenso dolore.
L’intermezzo mi guida nella velenosa tela tessuta dal destino e mi fa vagare tra i ricordi.
Nell’intermezzo esisto, perche’ odio non farne parte.
Il vento trasportava i boccioli d’argento che i vari fiori sparsi per quella pianura creavano; in uno scintillio di luci e colori quasi surreale si trovavano lui, e lei.
“Dimmi, cosa vuoi?”
Inizio’ la donna con tono spezzato, quasi innervosita e annoiata. Come se la luce del giorno fosse cosi’ tediante da spingerla a dire cose senza senso, sembrava ora.
Vestiva di nero, con grandi fasce di seta rossa e qualche spruzzo di bianco qua e la, a risaltar i suoi lineamenti e il suo profilo. Neri capelli erano lisci come il sottil strato dell’universo che tutto contiene.
“Dove sei?”
Replico’ l’uomo, con voce flebile e strozzata dall’interrotto respiro.
Bianche vesti e un busto color arancio rivestivano l’umano, mentre folti capelli chiari coprivan l’occhio sinistro, spento.
Il vento si fece piu’ forte, fino a sembrar una tempesta mietitrice di morte ma, come per qualche strana magia, i due non sembravano risentir affatto di questa natural forza: erano immobili, non una ciocca di capelli mossa dal vento, non un battito di ciglia umanamente possibile.
“Sono qui. Sono sempre stata qui. Dovresti chiederti dove sei stato tu, tutto questo tempo”
Una mano sul collo l’umano porta ora, a stringer un piccolo ciondolo da tempo portato sulla pelle. Disfa il nodo all’apice del ciondolo, ora e, portandolo nella mano destra, lo alza verso il viso dell’umana, verbiando.
“Sono stato lontano, molto lontano. Ho paura che accadesse questo”
L’umano divento’ sabbia e il vento lo porto’ con se, insieme a quei boccioli d’argento, sperdendone ogni singola parte in quella, ormai diventata piccolissima, pianura.
Sto cercando uno spazio ma, a quanto sembra, non trovo nessun posto libero per sedermi.
Sto cercando una canzone da ascoltare in loop per qualche minuto, per qualche ora, per qualche giorno, per qualche mese o, magari, per qualche anno ma, a quanto sembra, non trovo nessuna canzone da ascoltare.
Sto cercando l’ispirazione che mi porti fortuna, denaro e altro ma, a quanto sembra, non trovo nessuna ispirazione pronta a farsi assimilare dalla mia mente.
Sto cercando qualcuno, qualcuno vicino o lontanto ma, a quanto sembra, non trovo nessuno.
Sto cercando qualcosa che mi aiuti a passar questo inferno ma, a quanto sembra, non trovo nulla.
Sto cercando una luce, quella luce ma, a quanto sembra, quella luce non esiste.
Sto cercando un’ombra nella quale rifugiarmi ma, a quanto sembra, non riesco a trovare ne luce e ne ombre.
Sto cercando qualcosa, qualcuno che mi dica “vieni, è libero” ma, a quanto sembra, tutti i posti sono occupati.
Sto cercando quel luogo che da tempo dimora nel mio cuore ma, a quanto sembra, quel luogo e’ andato distrutto.
Sto cercando da un sacco di tempo e ancora continuo a cercare.
Non sono piu’ il tipo da scrivere post e ingurgitare chili e chili di dolciumi nel mentre, ottenendo cosi’ il potere di esser dolce e carino allo stesso tempo (che poi, oibo’, ditemi quando lo sono stato e vi credero’).
Ma, almeno questa volta, voglio cambiare e voglio cambiare in qualcosa che, sinceramente, possa far del bene non a me stesso, ma ad una sola persona, una persona che da tanto, tantissimo tempo dimora nel mio cuore.
Uhm, non chiedetemi chi sia, chi non sia, poiche’ affibiarle un appellativo cosi’ “umano” sarebbe oltremodo ridicolo e fuori luogo.
Non sono piu’ il tipo, lo dico e lo ripeto, ma piu’ lo scrivo e piu’ mi rendo conto di comportarmi come un bambino che fugge davanti un ago, non capendo che quell’ago potrebbe salvargli la vita.
Sono qui, come sempre, a scrivere per una persona, per quella persona, per lei.
Sono qui, come sempre, a farmi male uccidendo quello che rimane della mia personalita’, pena un allontanamento senza motivi o, volendo dire, per un motivo inutile.
Sono qui, come sempre, a parlare con gli astri e a pensare come sarebbe vuota e dolorosa la vita, senza di lei.
Sono qui, come sempre, pensando e ripensando che queste parole possano apparir come fasulle ai suoi occhi.
Sono qui, come sempre, a ritoccar le nostre foto: non lo farei, se non avessi bisogno soltanto io del ritocco, in verita’.
Sono qui, come sempre, a pensare e a ripensare.
E pensando e ripensando, finisco sempre allo stesso punto: Claudia.
A volte mi chiedo cosa dovrei fare o come dovrei pensarla per poter intraveder un raggio di luce in queste fitte tenebre in cui vago, in cui vaghiamo tutti.
Ok, si vede che non ho un cavolo da fare se non scrivere assurde (per quanto reali e inerenti al blog) frasi in questo piccolo spazio visitato si e no da quattro gatti (che poi non ho mai capito il riferimento ai “quattro”, quando di fronte casa mia all’ora di pranzo si posizionano dozzine di gatti, alcuni dei quali provvisti di ventiquattr’ore di pelle di cane…) ai quali, in qualche modo, piace la mia mentalita’.
“Ma va, siam tutti amici, fratelli, sorelle, cugini, cognati: siam tutti una famiglia!”
Si, sicuro, ne sono certo, ma non capisco una cosa: io sono tuo fratello e tu sei il mio, giusto? Bene, allora perche’ quando ti chiedo le chiavi della macchina mi mandi da quel tizio (che dovrebbe esser mio cugino, diciamo) che la macchina non ce l’ha?
Nota di servizio: questo post doveva avere una vena emozionale/qualcosa-che-non-riesco-a-comprendere ma e’ degenerato in altro. Bon, tenetevelo.
Io vivo, vivo da una eternità, ormai.
Io vivo, conscio di esser intrappolato in una rete di eventi destinati a far il proprio destino, per l’appunto.
Io vivo, vivo con la speranza di trovare un po’ di speranza, un giorno. No, non l’ho ancora trovata.
Io vivo con la certezza che, se non fossi qui, sarei da un’altra parte, con qualcun altro, con nessun altro.
Io vivo, vivo dentro questa scatola senz’aria, con le fessure ostruite dal mio amico destino che mi porta a svegliarmi la notte e chiedermi se la luna sia veramente un astro o una congiura divina intenta a rovinarmi la vita.
Io vivo, vivo anche tramite queste parole che, in un modo o nell’altro, vi vengono recapitate a casa tramite il mio solito amico destino.
Io vivo, si. Vivo, non so come, ma vivo.
A volte vivo anche per te, per gli altri. A volte vivo per me stesso e, a volte, non vivo per nessuno.