Ehi, puoi sentirmi? Sono io, quel ragazzo caucasico in cerca di una strada. Puoi sentirmi, vero? Lo so che puoi sentirmi ma non posso far a meno di pensare che tu non possa o, peggio ancora, che tu non voglia. E questo mi fa male, un male cane.
Ma questo male posso sopportarlo, come l’ho sopportato per una vita. Ora pero’ vorrei eliminarlo, sai? E magari potresti aiutarmi.
Ma va, inutile, non puoi sentirmi, ne sono sicuro.
Non c’e’ nessuno qui: non c’e’ mai stato e mai ci sara’.
Sembra una di quelle storie dove non e’ il nero a finire male, ma l’intero universo; una di quelle storie dove la principessa non si svegliera’ mai e il principe morira’ inerme sotto un cumulo di macerie dettate dalla sua stessa avidita’; sembra una di quelle storie dove l’idiota di turno e’ il migliore della compagnia, sottolineando cosi’ la molteplice stupidita’ regnante in questo mondo; sembra una di quelle storie dove i baci non esistono, le case di pan di zenzero sono sciolte dal fuoco dell’inferno e dove gli asini ne volano ne stanno sulla terraferma: muoiono, semplicemente.
Sembra una di quelle storie ma non e’ una di esse. E’ l’immenso potere dettato dal destino che ci porta a pensar di vivere una storia intitolata “La mia vita”. Il bello, poi, e’ la storia vera e propria: un misero libro con una copertina senza copyright ne accorgimenti legali vari, caratterizzata da caratteri rosso sangue in mezzo ad un nero oblio cosi’ scuro da far apparire il cosmo come una scatola di cioccolatini ripieni. Due, tre, forse quattro pagine costituiscono l’intero libro che, definirlo tale, sarrebbe come dire, piu’ o meno, “ciao mamma, sono un ladro e lo hai sempre saputo: come la mettiamo?”. Inchiostro grigio, sbiadito, quasi bianco e praticamente impossibile da leggere dimora quelle pagine. Nessun paragrafo, nessuna enfasi, nessuna nota a pié di pagina. Nulla di nulla, solo parole. Parole senza senso.
Non c’e’ nessuno qui, a legger questo libro: nessuno ha il coraggio di farlo, nessuno e’ cosi’ reale, vero, da poterlo fare.