Sul suono e sulle visioni

gennaio 26th, 2013 § 0

Di questi tempi passar negli stessi posti non è piu come una volta: quelle rigogliose sensazioni si scontrano con le aride emozioni in una lotta all’arma bianca, arbitrate da frequenze modulate dalla più bella voce che esser umano abbia mai avuto privilegio d’udire. Proprio di questa voce, del suono stesso, vorrei parlar or ora, scadendo nel più banale dei monologhi scritto da quel solitario viaggiatore che si è quasi permesso di prendersi una pausa per scegliersi la migliore perdizione possibile.

Siam eternamente legati alle visioni: manipoliamo otticamente oggetti, paesaggi, persone, dettagli. Eppure, il suono e il ricordo dello stesso resta fisso nella sua posizione di prediletta e ultima causa di emozioni, sogni, sentimenti e disgrazie. Il suono ci accompagna da piccini manifestandosi in incomprensibili idiomi, ci spinge sulla bici con una rotella sì e l’altra no nascondendosi nel cigolio delle ruote, ci indica i primi amori camuffandosi nei loro passi, ci scosta la tenda di perline tanto cara alla morte mescolandosi al silenzio rotto da arrabbiati pianti.

Il suono ha un differente modo di colpirci rispetto alla visione: quest’ultima adorna i contorni di un paesaggio con il ricordo di un amore, disegna sulla sabbia le parole che ti lessi sulla riva di una spiaggia ostruita dagli abusi edilizi di delfini imprenditori; il suono, dal canto suo, si intreccia con le metaforiche fibre di un cuore palpitante e sfrutta l’inerzia dei suoi battiti per riproporsi, in eterno, nella buia notte, quando i pensieri prendono un tè con amici che hanno uno spiccato senso del ritmo. Il suono è la più dolce delle condanne, perché il boia non porta il nero ma solo la straordinaria capacità di decapitarci salutandoci con l’esatto suono che c’ha condannato alla ghigliottina.

Il suono resta la miglior rappresentazione empatica di qualsiasi cosa: per quanto sia banale deformare gli occhi per non vederti, è impossibie far sposare il suono con questa deformazione. Con il suono si resta appesi al bordo di un insieme di frequenze che non fanno altro che solleticarti le dita per farti lasciare la presa, ignare del fatto che resteranno comunque lì, flebili onde che si mischiano ad una inutile, quotidiana saturazione sonora.

Poche banali considerazioni di un idiota

dicembre 31st, 2012 § 0

Anche se non profondamente ed essenzialmente buone di lucente fattura di Dostoevskijana memoria, le mie considerazioni su questi trecento e più giorni son quasi delle non-considerazioni, delle asettiche strutture che evolvono nel brodo di un addio, si delimitano e raffigurano nell’esplosione di un geloso nucleo e sopravvivano nel limbo di una nebbia depressa che sfoga i suoi guai su di una pianura fiorita.

In questa paradossale visione di un inizio che non rappresenta altro che una fine, per me, inscrivo nella cenere parole che si perderanno nel giro di qualche ora, che sicuramente non saranno accolte e che al solito lasceranno il campo di battaglia, troppo codarde per sedersi ad un gran tavolo e definire qualche strategia per attaccare il campo nemico, lasciando le poche truppe fedeli a morir liberamente sotto l’indifferenza del proprio comandante.

In ogni caso, quest’anno è stato di scoperte e di mancanze, più di mancanze, che razionalmente spariranno, che emotivamente si faran strada in un animo che sta andando alla deriva e che non ha neanche lasciato due denari al povero traghettatore. Se l’assenza è la soluzione migliore, lasciamoci morire al centro del ponte che ci collega e che oramai cade a pezzi. Ci si aggrappa a chi ancora non si conosce, a chi si reputa estraneo, e si inizia a scavare tra nascenti intrecci.

Quest’anno finisce, e ne inizia un altro, e non vedo altro che un giorno dopo l’altro, nulla di così speciale né straordinario. Con una speranza che non esiste, si spera che tutto questo non sia il taglio definitivo per il dissanguare delle mie emozioni, si spera che non faccia così freddo da congelarsi e restare in un’eterna era glaciale.

Mirtilli

dicembre 27th, 2012 § 0

Ecco, in questi casi non so so mai come iniziare un post. Probabilmente questo è il primo, dopo un po’ di tempo, che scrivo rivolgendolo direttamente a me stesso, portando alla luce aleatori pensieri che in definitiva hanno scelto di stare dalla parte del buio, invece di giocare a dama con me.

Sono trascorsi dodici mesi, e l’etichetta recitante la mia scadenza non si è ancora staccata, per quanto non sia più buono da far a bagnomaria. Il problema principale è che mi sono perso per strada, tra angoli innevati e idranti svuotati, tra flebili lampioni e parcheggi enormi per piccole Smart.

Sono trascorsi giorni con il tuo odore sotto il naso, con la tua voce nelle orecchie, con la mia mania di sapere chi tu sia e cosa sia meglio per te.

Sono così stanco di morire che fermerò anche questo post. E come al solito, tutto evolverà in un nulla di fatto.

Sogni di Maggio

dicembre 10th, 2012 § 0

Continuar a naufragare in un mare non più mio è, al contrario di quello che si può pensare, un pesante male, uno di quei mali che ti strappan via la pelle, e la lasciano a bruciar sopra l’interminabile tenue fuoco di una candela, la cui cera si consuma e prende vita grazie alle lacrime di occhi troppo stanchi per guardare ancora.

Continuar a parlare di te alle foglie mentre cadono è deliziosamente orribile, percorsi dettati da un vento troppo vecchio per aver la forza di soffiare ancora verso di me, verso grigie distese che non cullano più nessun fiore, abbandonate alla tristezza del tuo inverno.

Continuar a guardare duecentocinquantacinque tasselli violacei disposti a crear il tuo nome è prettamente inutile, prettamente fuorviante dal mero obiettivo di staccare gli occhi da quella nuvola che tanto ti somiglia, e iniziar a poggiarli sulla terra, fissando il nulla.

Continuar a capirti, a capire le tue parole, a sperare, a cercar di sentire il tuo ritorno, a scrivere di pinguini ammaestrati che scivolano sul ghiaccio in groppa ad orsi polari, ad accarezzare gattini soli e infreddoliti, a far tutto questo si compie il peccato più grande in cui sia mai inciampato: reiterar un amor perduto.

Fermarsi e parlar di quello che è successo non ha senso, se le mie parole si fermano alla dogana del tuo non credermi più.
E restan lì, sotto il controllo del tuo aver paura che io possa ritornare.
Di questo e di altri ostacoli le mie parole affrontano, hanno affrontato, affronteranno, forse non più.
E continuano ad esser ferme, inerme sotto il non capire perché manipoli in questo modo la nostra realtà.
Ritornare a camminare su un filo, ecco, ma non cadere da un lato, raccogliendo in un sacco tutte le mie colpe, ma restar in equilibrio, a dividerci il mondo.
Incoerente è il mio credo, nel poco tempo che c’ha divisi, che tu sia partita senza lasciarmi neanche un post-it con sopra la tua calligrafia.
Continuar a fotografare lo stesso viso, ad abitar la stessa villa, ad ammirar lo stesso cielo, a suonar la stessa musica.
Assaporare, oppure, l’amaro sapore della tua indifferenza, del tuo nasconderti dietro il dolore che ti provoca il mio amarti.

Milletrecentottantotto

dicembre 10th, 2012 § 0

Mi è diventato estremamente semplice ritirarmi nell’alcova della tua assenza, causa il non riuscire ad uscirne. Scrivere oramai è trasmutato in un piacere per ricchi d’animo, l’unica insoddisfazione diretta del farlo per la mia persona è lo sfregar le mie dita contro parole non più tue, ma solo mie, in un’eterna accondiscendenza presentata dall’ancor più eterno amico destino, firmata in calce con le tue iniziali, recante il seguente epilogo: “e poi il giorno finì ed ella scomparve tra la pioggia, lasciando questo epilogo solo, in un perpetuo paradosso di sofferenza.”

Chiuso per ferie forzate

agosto 28th, 2012 § 0

Poiché devo incellophanarmi il cuore e spazzolarlo da tutta la sabbia rimasta da due anni di convivenza col deserto, chiudo Hope per un po’. Naturalmente siete liberi di visitarlo ma, in quanto a me, non pubblicherò nuovi post per un po’ (si può dire che finora ne abbia scritti tanti, eh…). Con una scelta di cattivo gusto, chiudo -per lo stesso indefinito periodo di tempo- anche A Cognitive Hope Story.

Chiunque abbia qualcosa da espormi, sa dove trovarmi.

Vostro,
F.

La speranza si trova a… Roma!

agosto 1st, 2012 § 0

La speranza oggi è stata immortalata a Roma da Federica

(edit: questa partecipazione mi ha reso molto felice, indica che qualcuno ancora ci crede, nella speranza)

L’eterno brillare del cielo

luglio 31st, 2012 § 0

Era così limpido il cielo quella mattina. Volgere uno sguardo verso il mare significava intravedere le nuvole e in esso scorgere i dettagli più nascosti, senza nessuna imperfezione, senza nessun problema derivante dalla più piccola increspatura delle onde. Bastava passeggiare per la spiaggia e perdersi nello scappare dalle onde, come quando si è piccini e si guarda l’orizzonte per quello che è, senza proferir parola alcuna sul volerlo conquistare o, perlomeno, volerlo toccare.
Elsie era intenta a passeggiare per le strade di Amoir, in quella mattina di sole e di sentimenti. Amoir era una piccola cittadina costeggiante le frastagliate rive del grande oceano del Continente Settentrionale. A quei tempi la guerra era finita da poco e nell’aria ancora saltava alle narici il profumo della polvere da sparo, adornata di sensazioni tendenti velocemente alla tristezza; tutto il Continente portava scolpito nel ventre il passaggio di quei giganti di metallo, e ospitava quegli apolidi combattenti caduti per l’amore di una patria misconosciuta.
Quel foglio di carta restava stretto, ben saldo, tra le piccole e bianchi dita di Elsie, sciolte negli anni di esercizi al pianoforte, così delicate da poter accarezzare un fiore senza paura di poterlo scalfire. Vestiva di un nero opaco, molto apprezzato dai giovani di quel tempo, con delle scarpe fatte a mano da suo nonno calzolaio e una gonnellina che cingeva il bacino, scendendo dolcemente sulle gambe di quella fanciulla. I suoi lunghi capelli neri, quasi strangolati in una morsa che creava una coda sinuosa, che trasportava la visione di lei ad un livello più alto, più adulto, più misterioso. Il suo viso sembrava riflettere l’umore di quell’estate e dei suoi abitanti, che si dividevono tra uccelli variopinti che svolazzavano liberi nel cielo e persone perse nel più grande oblio di questa storia.
Si decise nel camminare verso Sud e iniziare la sua quotidiana avventura: sperare che al Confine fossero arrivate lettere per lei o, più precisamente, sperare che fosse arrivata quell’unica lettera che aspettava da ormai troppo tempo. I suoi passi iniziarono a seguire una scala imprecisa, che passava da velocità insostenibili a inesorabili lentezze, che sembravano lente torture per il suo cuore, piuttosto che modi di camminare. La sua lunga coda venne strattonata nell’aria, e il vento improvviso proveniente da Est le fece cadere il bigliettino, rovinandolo bruscamente sulla sabbia. Si chinò per raccoglierlo e il suo cuore iniziò a battere più forte, per poi fermarsi un attimo che prese le sembianze di un’eternità. I suoi piccoli occhi verdi si strinsero in una visione caleidoscopia e l’attenzione si concentrò su quei caratteri neri impressi sul foglio.
Prese il foglio, continuò a stringerlo tra le dita e riprese a camminare, conscia di dovere e volere arrivare il prima possibile al Confine.

A Cognitive Hope Story

marzo 12th, 2012 § 0

Ho aperto un piccolo raccoglitore di pensieri, una selezione caleidoscopica di costrutti cerebrali senza forma alcuna.

Si chiama A Cognitive Hope Story ed è un trafiletto di Hope. Vi invito a seguirlo in contemporanea a questo poiché, avendo sempre meno tempo, i miei pensieri si limitano a concetti brevi, piuttosto che variegate salse degne di accompagnare Hope. Spero di incontravi anche lì.

Il vostro fidatissimo,
F.

Bachelor’s degree

dicembre 16th, 2011 § 4

Adesso che son un dottore, posso operare a cuore aperto?

Sul combattere una guerra infinita

novembre 19th, 2011 § 0

Siam così immobili contro il destino che a volte sembra impossibile combatterlo.

Eppure preferisco pensare di potercela ancora fare: non riesco a concepire una resa così banale.

Sulla conformazione vibrante dell’anima

agosto 15th, 2011 § 1

Inizio a scrivere questo post nello stesso modo di tutti gli altri: senza sapere cosa ho intenzione di scrivere.

Come al solito ho sotto le mie orecchie qualche melodia troppo fine per essere ascoltata decentemente e troppo poco matura per appoggiarmi su di essa e sostenermi per almeno qualche altro lasso di tempo. Continuo a scrivere su questa tastiera oramai quasi rovinata, vuoi l’usura, vuoi averla usata come mezzo trasmissivo tra la mia mente e la rappresentazione digitale dei miei pensieri.

Ho riassaporato il gusto della carta da qualche tempo a questa parte: continui a riempire foglio di figure senza alcun senso, forme longilinee che trovan sempre una chiusura, come se qualcosa nella mia testa mi stesse convincendo che c’è sempre un punto di ritrovo, un punto di chiusura delle situazioni e delle emozioni, un infinito che tanto infinito non è, una combinazione di concetti che, potenzialmente, potrebbero creare l’infinito stesso. Non riesco ad accettare di esser in ballo ad un infinito formato da un finito numero di astrazioni concatenate. È pauroso trovarsi in mezzo al tutto, senza aver nulla su cui poggiarsi.

Ci facciamo spazio tra le cose, tra quei grattacieli altissimi che ti impediscono di osservare le nuvole e pensare che, magari, qualcosa di concreto in quelle forme riesci ad intravederlo anche tu. Radere al suolo questi mostri nella nostra testa significherebbe semplicemente farci osservare il terreno sul quale camminiamo: è più facile camminare guardando il cielo quando ci dimentichiamo, troppo spesso, che il Sole e le nuvole non hanno un posto unico nella nostra esistenza. Dovremmo fermarci e guardare un attimo in basso, analizzando il terreno che ci permette di sorreggerci.

Voglio guardare in basso e non soltanto in alto; voglio guardare in basso perché è quello il mio punto di partenza, voglio guardare in basso perché cadendo, so che potrò rialzarmi, ogni volta.

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