Di questi tempi passar negli stessi posti non è piu come una volta: quelle rigogliose sensazioni si scontrano con le aride emozioni in una lotta all’arma bianca, arbitrate da frequenze modulate dalla più bella voce che esser umano abbia mai avuto privilegio d’udire. Proprio di questa voce, del suono stesso, vorrei parlar or ora, scadendo nel più banale dei monologhi scritto da quel solitario viaggiatore che si è quasi permesso di prendersi una pausa per scegliersi la migliore perdizione possibile.
Siam eternamente legati alle visioni: manipoliamo otticamente oggetti, paesaggi, persone, dettagli. Eppure, il suono e il ricordo dello stesso resta fisso nella sua posizione di prediletta e ultima causa di emozioni, sogni, sentimenti e disgrazie. Il suono ci accompagna da piccini manifestandosi in incomprensibili idiomi, ci spinge sulla bici con una rotella sì e l’altra no nascondendosi nel cigolio delle ruote, ci indica i primi amori camuffandosi nei loro passi, ci scosta la tenda di perline tanto cara alla morte mescolandosi al silenzio rotto da arrabbiati pianti.
Il suono ha un differente modo di colpirci rispetto alla visione: quest’ultima adorna i contorni di un paesaggio con il ricordo di un amore, disegna sulla sabbia le parole che ti lessi sulla riva di una spiaggia ostruita dagli abusi edilizi di delfini imprenditori; il suono, dal canto suo, si intreccia con le metaforiche fibre di un cuore palpitante e sfrutta l’inerzia dei suoi battiti per riproporsi, in eterno, nella buia notte, quando i pensieri prendono un tè con amici che hanno uno spiccato senso del ritmo. Il suono è la più dolce delle condanne, perché il boia non porta il nero ma solo la straordinaria capacità di decapitarci salutandoci con l’esatto suono che c’ha condannato alla ghigliottina.
Il suono resta la miglior rappresentazione empatica di qualsiasi cosa: per quanto sia banale deformare gli occhi per non vederti, è impossibie far sposare il suono con questa deformazione. Con il suono si resta appesi al bordo di un insieme di frequenze che non fanno altro che solleticarti le dita per farti lasciare la presa, ignare del fatto che resteranno comunque lì, flebili onde che si mischiano ad una inutile, quotidiana saturazione sonora.





